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Mario diceva un sacco di parolacce. Parolacce senza troppa fantasia, roba da principianti, ma sicuramente d'effetto per un bambino di 11 anni. Io Mario non lo volevo nemmeno vedere, ma ci capitava almeno due volte alla settimana di incontrarci. Dopo il catechismo era inevitabile. Mi fermavo ad aspettare mia madre e la sua cigolante 126 rossa. Ci volevano ore perchè arrivasse, o almeno così mi sembrava mentre cercavo di nascondermi dietro le colonne del portico. Una volta Mario bestemmiava. Poi Don Pino si è messo a inseguirlo con un libro dei canti. Forte dei suoi trent'anni, il prete ha vinto e Mario si è convertito a concetti più soft, decisamente a sfondo sessuale, ossessivamente rettali. Riusciva a prendermi ovunque io fossi, e forte dei suoi dieci centimetri in meno di altezza, scaricava una raffica di pugni sulla mia pancia mentre io mollavo le caramelle. Non ho mai pianto, anche quando mia mamma ha smesso di darmi la mancia perchè preoccupata dall'eccesso di caramelle che compravo al bar dell'oratorio. Secondo una stima approssimativa, se avessi davvero mangiato tutte quelle caramelle mi sarei dovuto trasformare in una coca cola frizzante con i piedi. In verità l'ottanta per cento dei mei acquisti finiva in bocca a Mario, provocandomi anche dolorosi mal di pancia da pugno, segno evidente, secondo mia madre, del consumo eccessivo di caramelle. Mario diceva sempre che avrebbe voluto fare il camionista. Nessuno contestava l'idea, io per primo, sicuro che i camion circolassero a miglia marine dall'oratorio. Qualche tempo fa mi hanno parlato di Mario, che fa il camionista. E' sposato con Paola, una delle bambine più belle che io avessi mai visto.
Oggi nel caldo della A1, infilato tra due camion, ho pensato a Mario, e ho inavvertitamente tirato fuori il dito medio dal finestrino. Così, forte dei miei 200 cavalli, sicuro del mio abitacolo, pronto a scappare con una accellerata forte. Non mangio più caramelle frizzanti.
Leggo affascinato su un quotidiano espressamente comunista che il Beneamato Leader usa fare numerose docce gelate durante la notte. Leggo cose di questo genere più che altro per passare il tempo, aspettando il mio baccalà e le mie patate. Qui viene scuro tardi e a quest'ora non immaginano nemmeno di mangiare. Mi arrangio con gli aperitivi, leggendo il giornale e ascoltando la gente che parla. Sono reduce, mai termine più appropriato, da una lettura davvero piacevole, che pianifico di terminare questa notte, mentre tutto me sarà impegnato a digerire il baccalà. Napoli 44, di Lewis Norman, è un bellissimo libro. Si legge che è un piacere, lascia da pensare, è scritto inaspettatamente bene ed è spassosamente attuale. Racconta di Napoli, dalla fine del 43 al 44, con gli occhi di un soldato inglese e della sua inglesissima visione del mondo. Parla di camorra, di zii di Roma, di quotidiana povertà, di un partito chiamato Forza Italia. Potrebbe anche essere un libro da consigliare. Insomma, ad intuito, inanello il terzo libro buono di fila. Cose dell'altro mondo. E' che qui il baccalà è come il pane, lo trovi davvero ovunque. Fritto, lessato, ai ferri, con i pomodori, con l'insalata, in salsa rosa. Roba da Gamberetti Gump. Fa quasi caldo, quando si ferma il vento, e viene voglia di sedersi per terra a guardare la gente che passa. Non è normale avere un sacco di cose da fare alle nove e mezza di sera per un italiano.
Ho deciso di comprare solo accendini Bic Blu. Piccoli. Ho deciso anche di comprare direttamente dieci pacchi di tabacco alla volta. In aereoporto. Risparmiando. E ho deciso anche di smettere di fumare. Ho diligentemente compilato una lista di ottime ragioni per farlo, alla quale ho affiancato una lunga lista di ottime ragioni per non farlo. Ho osservato numerosi esseri umani nel tentativo di smettere. Provo immensa tenerezza per tutti i paliativi psicologici come cerotti, aghi, falli di plastica, morsetti ai capezzoli e quant'altro occorre per dare al proprio corpo un diversivo. Pensavo, qualche giorno fa, a come mi sia dimenticato velocemente un sacco di inizi della mia vita. Non ricordo il giorno esatto in cui ho iniziato a leggere. Ed è un peccato. Visto che è una delle cose più utili che faccio. Ovviamente non ricordo nemmeno il giorno in cui ho iniziato a parlare. Da quel giorno l'atto di produrre suoni comprensibili per altri esseri umani mi ha creato parecchi problemi. Ricordo invece benissimo il giorno in cui ho iniziato a fumare. Era estate, giugno. Era in un sentiero di montagna, insieme a Marco Masini. Che però era solo un omonimo. Se no, forse, avrei iniziato direttamente con l'eroina. Ho iniziato con una Marlboro. Ricordo anche il giorno in cui ho iniziato a smettere. Ma è un ricordo troppo nitido, forse per questo non ho ancora smesso. In effetti basterebbe togliere le sigarette non necessarie, quelle fumate per vizio. Solo che io ritengo tutte le sigarette che fumo come necessarie. E non ho certo il vizio. Devo solamente garantire al mio corpo la giusta quantità di nicotina. Forse un giorno smetterò. Più che altro per sfida alla mia forza di volontà. Ma i cinesi insegnano che i nemici potenti vanno sfidati in gruppo. Per questo mi sto alleando con una serie di motivazioni. Attendiamo nella boscaglia della coscienza, pronti a sferrare l'attacco finale. Attendiamo fumando.
Stimolato da questa attesa e da uno dei picchi più bassi del palinsesto nazionale, leggo molto. Che male non dovrebbe fare. Ho ad attendermi Douglas Adams, consigliato al volo dal Baffo, il libraio del Trovalibri, rimasto molto scocciato del mio nuovo amore con IBS, l'inferno elettronico dove compri migliaia di euro di libri senza rendertene conto. Mi sono anche preso "Mia Sorella è Foca Monaca" e un Vinicio Capossela vs Vincenzo Costantino (In Clandestinità). Questo per memoria del più bel San Valentino mai festeggiato; passato appunto ad ascoltare Vincenzo Costantino Chinaski e Capossela. Ho l'ultimo di Kundera, anche se penso che prenderà molta polvere perchè non mi sento pronto. In compenso mi sono tolto lo sfizio di possedere "Tempo e Spazio nell'impresa postfordista". Possederlo, perchè leggerlo sarà sicuramente un'avventura. Il prossimo sarà Norman Lewis (Napoli 44), più che altro perchè dopo Calabresi sarebbe un peccato rovinare questo spettacolare periodo. Quando inizi con un libro bello, devi tenere il ritmo. Ah, a proposito, Calabresi (La Fortuna Non Esiste), sarà il prossimo regalo che regalerò per almeno due anni. Scrivere libri così dev'essere una soddisfazione. Leggerli è una goduria. Quasi come fumare una sigaretta dopo essersi ripromessi di smettere di fumare.
Grazie al cielo, "Smettere di Fumare è facile Se Sai Come farlo" è un best Seller. E' una consolazione sapere che ci sono uomini che hanno bisogno di fare un cattivo uso dei libri, addirittura dando a un libro il potere di convincerli a fare una cosa. Era l'incubo di Hitler.
Ho fatto il mio dovere elettronico e per la prima volta nella mia vita ho ordinato dei libri on line. Tu dici poco, ma per me è stato un salto epocale. Uso Facebook per guardare le foto dei mei compagni del liceo e trovare piacere nel constatare di non essere l'unico stempiato con pancetta, ma per il resto non amo nessuno strumento elettronico. Per lo meno nessuno strumento elettronico sarà mai in grado di darmi lo stesso piacere di sfottere un commesso della Feltrinelli oppure di sfogliare un libro leggendo il finale e millantando di averlo letto tutto. Traevo anche sommo piacere nel constatare che alcune librerie fossero decisamente meglio di altre. E in quelle che erano meglio di altre passavo molto tempo e spendevo molti soldi. Poi le librerie meglio di altre hanno chiuso. L'ultima ha fatto spazio a un Temporary Shop che vende canotte firmate e orrendi costumi da bagno. Questo mi ha portato a cercare sollievo in altre librerie, provando anche a scendere di livello nella selezione per accontentarmi. Ma è stato come aver fatto l'amore con la donna più bella del mondo per poi ritrovarsi a scegliere una donna più bruttina scendendo a compromessi con me stesso. Vada per le basette. Vada per i baffi. Vada per le caviglie pelose. Vada per le unghie dei piedi sporche. Così facendo mi sono ridotto a comprare un manuale sulle piante grasse all'Esselunga. Il passaggio elettronico è stato forzato. Che comodità, che varietà di titoli, che semplicità nell'ordine. E poi dicono che praticamente te li stanno già consegnando. Supremo. Peccato che siano due giorni, i più lunghi della mia vita, che attendo sulla porta, in piedi in mutande e calzini, l'arrivo del pacco. Peccato che io sia in partenza, anche se questa è una costante, e che quindi stessi pianificando i prossimi quattro giorni con meticolosa precisione. La distruzione dei sogni di un uomo è un crimine intellettuale. Figura portante di tutta la vicenda è Frencis, il portiere cingalese che da anni finge di lavorare per noi limitandosi a sorridere sulla porta d'ingresso dalle nove alle nove e mezza. Considero lo stipendio di Frencis come un atto caritatevole e detraggo quanto verso per lui e la sua illimitata famiglia dalle tasse che evito di pagare, lasciando quindi che sia lo Stato ad occuparsene indirettamente. Questa è Democrazia. Questa è Integrazione. Avevo pensato di non andare a lavorare, di non mangiare, di non bere, per stare in piedi sull'uscio ad attendere il pacco, ma ho ritenuto più saggio delegare la cosa al mio brunito e minuto amico cingalese. Il palazzo è presidiato da un portiere cingalese, il corriere boliviano arriva con il pacco, si parlano in italiano, non si capiscono, si offendono, ma lasciano il mio pacco a destinazione ritornando alle loro utili mansioni e garantendomi un futuro da lettore. Invece nulla è accaduto, io sono vicino a una sconsolata lettura dei cartelli stradali e tutto sembra davvero inutile.
Per questo mi ero prefissato di scrivere le trentadue semplici regole da seguire per sfuggire al dentista, regole di sicuro successo e che portano grandi risultati, se l'obbiettivo è scappare mantenendo il nero macho tra i denti davanti. Però sono spossato dal caldo e penso che tornerò sullo zerbino ad attendere.
Come scusante potrei rifugiarmi dietro un laconico: sto prediligendo la qualità alla quantità, ma in verità sto semplicemente aspettando. Mi sono solo sentito in colpa per non aver scritto l'immancabile post adolescienziale dove mi auto faccio gli auguri per il blog, riassumendo cinque anni di vita in tre paragrafi per i venti lettori che sono rimasti fedeli a questo posto. Che rimane, sia chiaro, uno dei blog più longevi della storia. Perchè dopo mesi fatti a botte di trenta lettori chiunque potrebbe sentire il bisogno di scomparire dall'etere, limitandosi magari a una nostalgica birra fredda con qualche amico, venuto per celebrare l'ennesimo fallimento della tua vita. Eppure, figlio di un maestro nella lettura delle statistiche quale il vostro Presidente Nano, do un senso estremamente positivo alla cosa, apprezzando anche i numerosi lettori nuovi che facciamo ogni mese. Dicevamo: più che sulla quantità, sto lavorando molto sulla qualità. Per questo riempio più quaderni che template e, udite udite, mi rileggo, talvolta apprezzando anche quello che scrivo.
E poi, come tutti i periodi in cui leggo Nick Hornby, sto beatamente felice nell'ammissione della mia pigrizia.
Per compensare a questa momentanea assenza, magari spossati da Facebook e annoiati dal resto, potreste sempre ritornare alla carta stampata. Solo che ho poco da suggerirvi visto che sto inanellando una serie di stronzate di tutto rilievo, che pago profumatamente e che rimpiango dolorosamente. Il bello di un libro brutto, a differenza di un film brutto, è che può far sperare molto dalla brutta copertina e dalle recensioni drammatiche, per poi rivelarsi semplicemente come "un libro brutto".
Ho paura a riprendere in mano l'ultimo di Kundera, forse non è il momento. Esco dall'ultima fatica della Vargas, che è uguale alla penultima e alle altre dieci. Ho un paio di colpi in canna, nomi nuovi, autori non previsti, insomma la cosa più piacevole del mio compleanno, libri che non mi sarei mai comprato.
Scrivo da Milano, e la cosa non succederà più per almeno un paio di mesi. Per questo non mi riprometto di rinnovare questo posto e i suoi pilastri, mi manca il tempo per vivere perchè sono molto impegnato a viaggiare. Il bello è che sto uscendo dal tunnel delle false promesse a me stesso, e me lo dico fumando una sigaretta che mi ero ripromesso di non fumare.
Lunga vita alle sconfitte intime, che generano grandi vittorie pubbliche.
La città, ospitale come suo solito, mi ha aspettato per mettere in scena un vento forte, dall'Atlantico, con le nuvole a spasso sopra la terra piatta e la gente con il naso all'insù per cercare di capire. Che poi non c'è davvero niente da capire, semplicemente ricordare della primavera che ci cade addosso. Guardavo la gente correre nel fresco del mattino, guardavo la gente perdere autobus, comprare sigarette di contrabbando, guidare nervosa, fumare telefonando davanti a un semaforo rosso, insomma vivere. Il telegiornale della mattina intervistava diversi esperti, nessuno si premurava di intervistare un maiale, nessuno si sognava di andare in Messico a verificare. Già tornare era un problema, figurarsi andare. Poi, tra i semafori e le sedie dei caffè davanti al Museo Della Regina, la paura si trasforma nell'idiota certezza di essere estranei. Qualcuno, i più instabili, addirittura ha iniziato a credere nel governo e nelle misure messe in atto. Come se incellophanare tutti quelli che hanno un po' di febbre può essere una soluzione. Nel quartiere gay, dopo la mezzanotte, c'è molta gente in giro. Uomini, molti uomini. Il barista mi parla, fissando i miei occhi stanchi e rabboccando il bicchiere con Barcelò pastoso. Dice che gli omosessuali sono sopravvissuti all'Aids, figurarsi a un influenza. Non fa una piega. Non sono gay, non sono sopravvissuto all'Aids, non vorrei provare a sopravvivere a niente, visto che già sopravvivo alla vita con risultati modesti. A letto in albergo leggo il giornale del giorno prima. E' un privilegio del viaggio quello di non avere fretta di sapere, rendendosi conto che una volta saputo si potrebbe fare ben poco. Le pagine scivolano fino a un inserto speciale dove gli stessi esperti del telegiornale raccontano le loro teorie. Una avvincente tabellina racconta i morti del passato, le pandemie del secolo scorso, come se dire secolo scorso togliesse ogni rischio. In città si vedono le prime mascherine. E non si sa mai chi sia il coglione: tu con la mascherina o io senza? Nel dubbio procediamo per le nostre strade, tu sicuro di non morire, almeno di questa influenza suina, io sicuro che tanto prima o poi morirai, magari nel sonno, senza mascherina. Tu non sai quante volte mi sono tolto pazientemente la cintura, appoggiandola nel cestello di plastica insieme al telefono e all'accendino, per dimostrare di non essere un terrorista. Cento volte? forse qualcuna di più. Mai davanti a un astronauta, curiosamente calmo, che mi guarda da sopra la sua mascherina. E non ho mai visto ordinati poliziotti antisommossa, asfissiati nelle loro mascherine 3M, aerodinamiche quanto brutte. E se per questo non ho mai viaggiato con passeggeri tranquillamente seduti, cintura allacciata e mascherina al suo posto. Solo una malattia terribile può togliere la fortuna di vedere i sorrisi degli altri, penso. Ci penso sorseggiando una birra in lattina che avrà preso tutti i microbi possibili, mentre l'aereo inizia a ballare sopra il mare, sempre più violentemente. E penso che sarebbe davvero assurdo per te morire per una turbolenza, mangiato dal mare, con la tua mascherina. Poi mi fermo a fumare fuori dall'aeroporto, nel movimento dei tassisti abusivi, pensando a cosa dovesse succedere se fossi io il paziente zero italiano. Spengo la sigaretta sui dubbi lasciando per terra anche l'inutile paura dell'incontrollabile.
l'editor di Splinder per Mac mi ha cancellato un appassionante pezzo, scritto di corsa e di notte, per commemorare la massa di frikkettoni armati di capigliature emo che affollano il centro in questi giorni. Era un pezzo d'amore per la mia città e di rispetto per la sua gente. Si intitolava: Il Salone Del Design è una cagata pazzesca, ma vi voglio bene lo stesso. Ammiro il vostro coraggio nell'indossare jeans aderenti a vita bassa, ammiro la vostra incondizionata fede nei Franz Ferdinand e nel vostro iPhone. E in effetti, subisco il forte fascino di una sedia scomoda, provo invidia per chi ha saputo disegnare una cucina senza sportelli, estremamente bella, estremamente lucida, estremamente inutile. E la mia Milano, come in un grande abbraccio, accoglie tutta la sua gente, lasciando che i capannoni si riempiano di gente, rumori, parole sprecate e cattivo vino. Tutta la città spera e crede, ha bisogno di credere, in quello che le viene dato. Così anche nella mia zona il Salone del Design porta il suo fenomenale cambiamento: gli zingari in fondo al parcheggio, proprio sotto la tangenziale, stanno riorganizzando le baracche secondo i moderni criteri del design. La signora del piano di sotto si è rivolta a un interior design per stendere i panni senza offendere i gusti cromatici di nessuno e seguendo le grandi necessià di risparmio energetico, sul vialone due lampioni su tre non funzionano. Anche per il Fuori Salone ci stiamo prodigando, con la Pizzeria di Ahmed che propone il Kebap scontato (solo se consumato sul muretto che da sul Forlanini) e con il ritrovo dei camorristi che propone interessanti serate a tema.
Comprendo, in ogni caso, che sia più interessante frequentare il Salone canonico, quello di Via Tortona & Co., senza dover affrontare anche in questa settimana quello che è davvero la nostra città. Il popolo del Salone, di cui faccio orgogliosamente parte, è una ricetta molto bilanciata: un terzo di invidiosi, un terzo di aspiranti designer e un terzo di popolo, quello che basta che ci sia da fare la coda per entrare in un capannone dove venga messa musica assurda e il cuba libre sia a prezzo politico... E mentre subisci l'ingorgo dovuto al salone, dopo una giornata delle tue da impiegato di secondo livello, e pensi che ti manca ancora la spesa all'Esselunga, puoi immedesimarti nella fantozziana rivelazione:
"il Salone è una cagata pazzesca", sognando di urlarlo in mezzo a via Tortona, davanti a una folla di frikkettoni che non ti ascoltano, fedeli al credo delle sedie scomode.
Sono tornato dalla Camargue con della lavanda, un senso di pesantezza dovuto all'ossessivo utilizzo dell'uovo nella cucina provenzale, il rumore del vento nelle orecchie, un forte consolidamento della naturale antipatia verso gli esseri umani che abitano il suolo francese e una riflessione di un certo spessore. La lavanda è sotto forma di saponette, sacchettini, bustine, pacchetti e si presenta un po' come l'acqua, in forma liquida, solida e gassosa. Così adesso girando per casa si potrebbe dire di essere in uno stabilimento de L'Occitane in cui si sono rotte due vasche di lavanda. All'uso massiccio di uova sto già ponendo rimedio con brodini, zuppe e tutto il corredo alimentare che mi rende anziano agli occhi di mia moglie. Adorando generalizzare, e allo stesso tempo rendendomi conto del terribile errore, quando trovo conferma diffusa alle mie generalizzazioni provo un senso di soddisfazione che forse solo Napoleone ha potuto provare. Eppure lascio spazio al dubbio, quindi non mi permetto di dire che i francesi sono tutti antipatici, piuttosto dico che ho avuto delle grandi difficoltà a relazionarmi con questi sopraffini esseri, e nello specifico con talune stupende creature, che il buon Dio ha dotato di enorme bellezza, di enorme charme, di enorme sensualità e di una incredibile consapevolezza di essere le uniche donne al mondo ad avere tutto questo. Mentre il Maestrale spazzolava la regione, piegando gli alberi e stordendo gli uomini, riflettevo su quanto io sia a disagio quando non capisco quello che la gente mi dice.
Io sono in grado di ordinare da mangiare in quattro continenti del mondo, come di chiedere un pacchetto di sigarette e di sostenere una banale conversazione sul tempo o su argomenti generici come la struttura a tutto sesto di alcune cattedrali pre romaniche. Ciò è prevalentemente dovuto alla grande ossessione con cui il mio professore del liceo mi ha inculcato alcuni pilastri della lingua inglese. Per fortuna, o perchè così va il mondo, laddove ho avuto plateali problemi con il mio inglese mi sono salvato con una primordiale forma di spagnolo, dovuta a una vacanza studio di millenni fa dove per limonare e per mangiare era necessario esprimersi correttamente in spagnolo. Ecco, queste mie caratteristiche mi permettono di capire cosa stanno dicendo le persone che siedono con me a un tavolo di lavoro in America, in Olanda, in Germania, in Sud Africa, in Spagna, eccetera eccetera. In Francia no. Questo non è possibile. Molti parlano inglese in Francia, ma lo fanno con lo stesso entusiasmo con cui io affronterei una devitalizzazione di un molare. E probabilmente per loro non c'è anestesia. Così sono stato tagliato fuori dal mondo per quattro giorni, non capendo cosa ordinavo, dove andavo, perchè mi stessero insultando. Leggevo cartelli incomprensibili, scrutavo mappe ignote, mi insospettivo ad ogni sguardo, pagando il prezzo della mia ignoranza. E mi sono trovato nel letto, ascoltando il Maestrale che soffiava e la Signora che dormiva, a riflettere su quanto possa il linguaggio. Quando non capisci esegui, convivi con il problema, sopravvivi evitando il contatto. E ho trovato di colpo, alle 2 e 32, svegliato da un cavallo francese che nitriva, e senza capire cosa dicesse..., dicevo ho trovato la radice di una infinità di problemi.
Quando mi parlano di titoli tossici, di epurazione delle incogruità o delle discordanze processuali il mio cervello fa quello che farebbe il cervello di chiunque di fronte all'ignoto: si domanda se si tratti di una minaccia diretta a me o ai miei cari. Compreso che gli investimenti di Unicredit non sono stati una minaccia vitale diretta, ho continuato per mesi a vivere serenamente anche se il mondo andava a puttane. Non comprendendo il linguaggio non posso accedere alle informazioni che forse mi interesserebbero davvero. E se quel magrebino vestito da 50cent che mi ha parlato per due minuti mentre la Signora pisciava in un Cafe mi avesse voluto avvisare degli imminenti rischi nell'investimento sui mercati emergenti? E se invece si fosse dichiarato, dicendomi che mi amava alla follia? Compreso che il suo tono non era aggressivo e che non stava maneggiando nessun corpo contundente mi sono limitato a isolare la sua voce annuendo ogni quarantacinque secondi per dimostrare la mia solidarietà. E quando il dottore mi ha detto che alcuni valori proteici non collimano con le normali aspettative e quindi si può sospettare una forma infiammatoria di primo livello, localizzata sui tessuti molli, ho semplicemente interpretato dal suo sguardo, immaginando che ciò non fosse letale.
Insomma vivo nel baratro della mia ignoranza e devo alla Camargue la tragica scoperta del valore delle parole. Che forse, come diceva qualcuno, dovrebbero avere lo stesso peso delle armi. E questo mi mette molto a disagio.
Delle tre pagine che ho scritto sul Maestrale non resta nulla, infame cestino di Windows. Ma forse è meglio così. Mi si consenta di chiudere dicendo che mi sono rotto i coglioni di Zafon e delle sperticate recensioni che fanno. E' sempre lo stesso libro. E sono tornato nel baratro di Fred Vargas, che scrive sempre lo stesso libro da dieci anni, ma te ne fa accorgere solo dopo che lo hai finito.
"Ai Papi piacevano gli uccelli" (audioguida in italiano, Avignone, Palazzo dei Papi)
Aspettare mi stressa, mi snerva, mi da la sensazione netta di buttare via il mio tempo. Anche parlare con i meglio abbienti, con i coetanei dal reddito spropositatamente maggiore alla norma, non certo per meriti propri ma per sacrificio paterno, mi stressa. Aspettare mi da la sensazione di vuoto. Perdere del tempo. Non perdo tempo quando decido di lasciare scorrere il mio tempo. Perdo tempo quando alcuni esseri umani mi impongono di lasciare che il mio tempo sia a loro disposizione senza un fine ben definito. Ho comprato una macchina giapponese. Comprando una macchina giapponese, dicono i più, potresti dimenticarti il significato lessicale della parola "officina", in quanto i giapponesi, si sa, aspirano alla perfezione nella costruzione di ogni cosa. Non capisco la relazione tra acciaio polacco, manodopera romena, gomma cinese e progetto giapponese con l'eccelsa qualità, ma in questo periodo tutto è concesso tranne la lucida critica. Sicché mi dirigo in officina, perchè anche le macchine giapponesi possono avere dei difetti. Un uomo alto, straordinariamente alto e vestito di blu, mi vuole disperatamente comunicare efficienza, affidabilità e responsabilità. La sua comunicazione non verbale è esplicita, i mezzi sono quelli da televendita, il concetto espresso è molto lontano dalla minima soglia di efficienza: devo stare due ore in una sala di internamento, con delle riviste sulle macchine, una macchinetta del caffè e probabilmente altri esseri umani, aspettando che l'autovettura perfetta ritorni perfetta. E su questo divanetto di finta pelle mi immergo nell'analisi della pulsantiera della macchinetta del caffè. Caffe Macchiato, Mocaccino, Caffe espresso, Caffe doppio, Molto Zucchero, Poco Zucchero, Acqua Calda, Solo Bicchiere. Mi stressa, mi snerva, mi da la sensazione che io stia buttando via il mio tempo. Ma è solo una sensazione, perchè gli altri esseri umani al mio fianco sembrano perfettamente a loro agio. Uno addirittura studia interessato una brochure di un grosso monovolume. Un altro, che mi ricorda una sensazione spiacevole, scrive accanitamente sul blackberry. Mi ricorda qualcosa che non vorrei ricordare. Poi alza lo sguardo e mi saluta sorpreso e felice. Lui. Siamo stati, a quanto pare, compagni d'università. Abbiamo bevuto della birra insieme, ora ricordo. Abbiamo studiato insieme, ora ricordo. Abbiamo festeggiato il mio 27 in Diritto Pubblico in un 20 luglio di non so quanti secoli fa. Poi partivo per la Grecia, con una piccola valigia, un gran bisogno d'amore e la certezza che avrei abbandonato l'università quanto prima. E' sinceramente dispiaciuto di non avermi più rivisto e desidera raccontarmi dieci anni di vita in cinque minuti, partendo da oggi. Ha una casa, un cane, era fidanzato, lavora in banca, mette da parte i soldi per andare in Australia e vorrebbe lasciarsi alle spalle qualche brutto ricordo. Mi offre un caffe. Molto Zucchero. Non sono mai stato così lontano da una persona come in quel piccolo spazio buio. Desidero andare via. Desidero cambiare macchina. Adesso tornerei alla cara vecchia Ford. Giapponesi di merda. Mi racconta di Chiara ed Elisabetta. Dice di cercarle su Facebook. Poi di Mario e Paolone. Che ha avuto un brutto incidente proprio qualche mese fa con la macchina del padre mentre tornava da St. Moriz. Mi mancano qualche migliaio di ore prima della mia morte, e sono costretto a passarne una intera con un ricordo spiacevole e estremamente prolisso. Addirittura organizziamo una cena. Pagare del cibo per starti ancora ad ascoltare potrebbe essere dichiaratamente masochista. Finalmente il gigante blu entra nel piccolo spazio e mi comunica che l'efficienza giapponese ha avuto la meglio sulla manodopera romena. Salgo in macchina felice di scappare. Come quel 20 luglio, mentre spedito scappavo dai chiostri bollenti in cui un intera generazione fermentava prima di essere mandata al fronte. Ho perso due ore e mezza. Se poi ci aggiungi l'ora legale...
La signora sa di cipria. Siede elegante, leggendo un libro francese. Ha chiesto un the. Senza zucchero, senza latte e senza limone. Un the. Tiene gli occhiali nella mano sinistra e il piccolo libro nella mano destra. Da quando mi sono seduto sento l'odore di cipria. Passiamo sopra le alpi, bianche, con il cielo strano, avvolto in una foschia che sembra un vestito incerto appoggiato sopra le montagne.
Speravo di arrivare in città per il tramonto, invece guardo il sole cadere dietro al cantiere di un parcheggio mentre aspetto il treno, in piedi alla fine del binario, appoggiato alla valigia verde, mentre ascolto la musica delle chiacchiere in una lingua che non capisco. E quando arrivo in città è già sera, e trovo solo qualche tifoso che torna dallo stadio e un gruppo di taxisti che parlano contro un muro. Si sente il vento caldo passare tra i muri della piazza della stazione. Apro la finestra della mia stanza per sentire tutta questa città esplodermi nelle orecchie mentre guardo distrattamente la casella della posta.
Eppure un bel tramonto sono riuscito a vederlo, tra le montagne e il mare, in mezzo a una distesa sterminata di aranci e piccole case, mentre correvo con gli occhi fuori dal finestrino a cercare il mare. Poco prima mi sono fermato in un area di sosta cresciuta nel nulla brullo e giallo che sta dietro il mare, prima delle montagne. Mi sono fermato a pisciare, ho ordinato dell'acqua e ho aspettato che la commessa contasse tutti gli spiccioli che le ho dato, come se avessi tutto il tempo del mondo. Aveva due tette enormi, quasi ridicole. La targa con il nome che sembrava architettonicamente sospesa sopra la scollatura. Un nome impronunciabile. Dei capelli neri, troppo intensi per essere belli, troppo ricci per essere diversi. Mi guardava con disprezzo, come con chiunque si sia soffermato, suo malgrado, sull'enorme scollatura che la anticipava di almeno mezzo metro.
Ho mangiato del pesce, con delle olive, bevendo vino bianco e acqua fresca. Ho mangiato in mezzo a una strada di palazzi alti e moderni. Alveari pieni di luci e di tende colorate. Mentre mangiavo è entrata una ragazza, giovane, accompagnata da un signore di mezz'età, panciuto basso e compatto. Sapeva di cipria, lei. E' che la cipria mi fa venire in mente mia nonna. Un tubo di ricordi in cui si potrebbe scorrere per ore. Allora mi sono salvato ordinando una torta di mele con cannella. Che la cannella è il mio ricordo più dolce. Colesterolo e memoria, e quel sapore che è sempre lo stesso, in tutto il mondo.
Tutti mi chiamano Franz. Ho quasi trent'anni, ho una casa, una moto e un lavoro. Certe mattine mi sorprendo a guardare mia moglie che dorme, pensando che sia una delle cose più belle del mondo. Non sono mai stato veramente stanco, non ne ho avuto tempo, anche se mi adeguo alla corrente e mi reputo molto stanco. Guardo la primavera da un finestrino. Campi sulla sinistra, casolari, un fiume e qualche macchina tra i primi alberi fioriti. Guardare la via da un finestrino è, ultimamente, la cosa più frequente. Viaggiare per lavoro è circa il settanta per cento del mio lavoro. Il restante trenta lo potrebbe fare qualsiasi neolaureato fermamente convinto di essere un vincente. Ma nessun neolaureato e pochissimi trentenni sarebbero disposti a guardare la vita da un finestrino, o per lo meno una parte così consistente della propria vita. Mi piacciono le parole magre, ma scrivo tremendamente grasso. Nel 2009, per forza di cose, compirò trent'anni. E pensarsi a trent'anni fa riflettere. Da bambino avrei voluto fare il frate, il pilota di aerei, il tramviere, ma solo di tram d'epoca con tante leve meccaniche da azionare e un corredo di rumori stridenti. Mi piace quello che faccio. Sono portato per quello che faccio. Eppure, essendo il 2009, certe domande sono portato a farmele anche su quello che faccio. Mi piace la mia casa, mi piace il fatto di avere una casa, ma potessi la sposterei di qualche kilometro. Vivo arroccato sotto la tangenziale, respiro un campionario di sostanze che nemmeno la Facoltà di Medicina possiede. Eppure quando torno a Milano mi sento davvero a casa. Vorrei avere dei figli, vorrei per loro un mondo decisamente migliore, ma poi a guardare la vita da un finestrino sei portato a pensare a che padre saresti. Sono uno zingaro di lusso, la mia casa sta tutta in una valigia verde, ormai graffiata e segnata da quattro continenti di aereoporti. Ho una manciata di amici veri, una famiglia allargata. Guardo nelle loro vite per cercare di capire meglio la mia. E sono veramente amico di chi fa lo stesso. Spesso mi sembra di perdere tempo. E che il tempo sia davvero l'unica cosa che è difficilmente rimborsabile. Mi aspettavo di arrivare a trent'anni decisamente messo peggio, e invece eccomi qui. Non mi preoccupano i capelli, e nemmeno quella coriacea pancetta pelosa. Perdo i peli sulle gambe, come se fossero consumate dai calzini da lavoro e condivido i momenti migliori dell'anno con un vassoio di patologie psicosomatiche per cui il mio medico curante mi guarda annoiato e con sguardo critico su questa generazione. Ma nemmeno questo mi preoccupa. Diventa sempre più importante fare davvero qualcosa con un senso, dire davvero quello che si pensa. E ascoltare meglio i rumori di questa vita. Mi chiamano Franz, tutti, amici e conoscenti. Mancano due mesi ai miei trent'anni e mi ritrovo sempre più spesso con la fronte appoggiata su un finestrino, a guardare distrattamente fuori e pensare. Ad essere grato per tutto questo. E a pensare. Consumando finestrini.