Adv per Dummies
Chinaski
confuso
egopatik
Il Bradipo su Anobi
Il Bradipo su Issuu
Il Bradipo Su Myspace
Il Bradipo su Yahoo
Il Den
Mr. Barone - Moderno Scrittore
Pinketti
pulsatilla
rAdiOCoRriDA
Zop
oggi
novembre 2009
ottobre 2009
settembre 2009
agosto 2009
luglio 2009
giugno 2009
maggio 2009
aprile 2009
marzo 2009
febbraio 2009
gennaio 2009
dicembre 2008
novembre 2008
ottobre 2008
settembre 2008
agosto 2008
luglio 2008
giugno 2008
maggio 2008
aprile 2008
marzo 2008
febbraio 2008
gennaio 2008
dicembre 2007
novembre 2007
ottobre 2007
settembre 2007
agosto 2007
luglio 2007
giugno 2007
maggio 2007
aprile 2007
marzo 2007
febbraio 2007
gennaio 2007
dicembre 2006
novembre 2006
ottobre 2006
settembre 2006
agosto 2006
luglio 2006
giugno 2006
maggio 2006
aprile 2006
marzo 2006
febbraio 2006
gennaio 2006
dicembre 2005
novembre 2005
ottobre 2005
settembre 2005
agosto 2005
luglio 2005
giugno 2005
maggio 2005
aprile 2005
marzo 2005
febbraio 2005
gennaio 2005
dicembre 2004
novembre 2004
ottobre 2004
settembre 2004
luglio 2004
giugno 2004
maggio 2004
compravendite
el presidente
il franz
il luca
il maniaco
il mio amico americano
il renato
il teo
i corti de il bradipo
la multinazionale
le foto scottanti
le imperdibili
le pagelle del bradipo
l ambasciatore
passata e presenta
poeta di successo
profili urbani
recensioni del vecchio bradipo
travel gum
*loading* calici di ottimo rhum
Sarò breve. Per non so quale ragione, nella ristrettissima playlist "classifica" del mio iPod è finito Franco Califano. Che io non so nemmeno chi sia Franco Califano, e non mi interessa. La canzone è "tutto il resto è noia". Canzone che io non volevo nella ristrettissima cerchia dei pezzi che mi servono per pensare al mondo come un posto migliore. In effetti questa canzone non può permettere di pensare al mondo come a un posto migliore. Quivi non si discute del talento del sig. Califano, il quale, mi giunge all'orecchio, è stato paroliere per molti. Quivi si discute in primis dello strumento diabolico di Steve Jobs, che mi ha infilato nella "classifica" anche dodici podcast "corso di spagnolo per italiani". E uno, nella pace del suo letto, nella solitudine di un viaggio aereo, nel borbottio dei pensieri che permettono di scrivere, deve sentire interrotta la playlist perfetta da Ectore, che non sarà il tuo istruttore di spagnolo, ma piuttosto il tuo allenatore. Ectore e la Semana Santa a Valencia. E poi il Sig. Califano. Che ad ascoltarlo con attenzione è inevitabile da ricantare. Sotto la doccia, mentre si guida, parlando di lavoro, correndo incontro al futuro, insomma in tutti i momenti banali della giornata. Una specie di droga acustica. E quivi non discutiamo del talento acustico del sig. Califano, ma di un pezzo della strofa. Che poi credo sia il pezzo che ha autorizzato la cultura italiana a credere nell'autodistruzione. Lo riporto (appartiene al Sig. Califano, quivi non discutiamo sula proprietà del testo):
la macchina a
lavare ed era ora
hai voglia di
far centro
quella sera
si daccordo ma poi
tutto il resto e'
noia
no,
non ho detto gioia
ma noia, noia, noia
maledetta noia.
Ecco. Da qui, proprio da questo punto, potrebbe essere partita la disfatta della poesia italiana e la rovina della canzone moderna. Il sig. Califano prepara l'ascoltatore all'amarezza del post amplesso. Il senso di vuoto di un atto senza amore. Per questioni narrative, il Sig. Califano parte da molto prima. Descrive per sommi capi la preparazione dell'amplesso dal punto di vista maschile. I termini: amplesso, scopata, orgasmo, sono saccentemente evitati, permettendo così la distribuzione del pezzo. Si usa un più sportivo: fare centro. Andiamo a fare centro? I miei genitori hanno fatto centro, e poi sono nato io. E già mi sento solo. La preparazione del fare centro prevede una rasatura perfetta, a cui il Sig. Califano dedica la prima parte della strofa. Occorrono però, per fare centro, dei mezzi materiali. Innanzi tutto il ristorante d'atmosfera. D'atmosfera prevalentemente perchè fa rima con sera. Perchè, per fare centro, basterebbe anche una ristopizzeria. Ma ristopizzeria fa rima solo con Bagheria, moria, follia, idiozia, e molte altre parole meno sceniche di "sera".
Prova a pensare: " ti ho portata in ristopizzeria, mi è costata una follia" o anche a "mangiando in ristopizzeria ho scoperto la tua idiozia". Molto meglio il ristorante d'atmosfera. Il sig. Califano passa poi agli aspetti logistici. Per raggiungere il ristorante d'atmosfera, ma probabilmente anche per fare centro. L'Italia dei lunotti appannati plaude al suo cantore. Ma per un ristorante d'atmosfera, occorre anche una autovettura pulita. Vorrai mica fare centro con l'odore di cane bagnato che aleggia? Comprensibile quindi che si proceda al lavaggio dell'autovettura. Cosa che, peraltro, mezza Italia fa tutti i sabati pomeriggio. Niente di male. Evviva l'igene, evviva il fare centro in un ambiente sano e pulito. Ma perchè aggiungere: "ed era ora"?
Perchè sottolineare velatamente che la macchina era sporca? Perchè questo scivolone nel realismo quotidiano? Perchè distruggere così una vita? Perchè? Comprendo appieno le necessità metriche, ma perchè non mettere un semplice: "ooooo, aah, ooo"? Perchè, sig. Califano, uccidere l'amore, la poesia e anche il mio senso estetico?
Domande che non avranno mai una risposta. In compenso, visto che il lavare la macchina è un gesto poetico e nobile, ho ricevuto nuova linfa poetica e procedo con lo scrivere un nuovo componimento, ovviamente a breve online su RadioCorrida.
Lavare la macchina in modo poetico. Uno passa sopra la barba fatta con maggiore cura, passa sopra le rime da quarta elementare, passa sopra la sordità demente della partner che da noia capisce gioia, ma poi lavare la macchina ed era ora. Questo no. Cazzo, lavare la macchina no.
Tempo di lettura previsto: 8 minuti (media ponderata tra idioti e discreti lettori)
Colonna sonora consigliata: Capossela, ma non troppo se no deprime.
Vino suggerito: Fiano D'Avellino, temperatura ambiente, più che si può (la quantità non la temperatura)
Devi sapere, per tua cultura generale e per procedere nella lettura di questo avvincente saggio su me stesso, che il Memoir è un genere letterario. Come tale, permette all'autore di scrivere in maniera decisamente personale su fatti prevalentemente autobiografici, in forma breve. La struttura letteraria è quella del racconto, che per forma e durata si adatta perfettamente al genere, permettendo di chiudere i periodi. Devi anche sapere che sono un grande appassionato di memoir, nello specifico di alcuni contemporanei americani, molto famosi sul suolo patrio. Li trovo spassosi, cinici, umani, delicati, sensibili e terribilmente bravi. Il primo in classifica è Sedaris, seguito a ruota da Borrough. Entrambi spassionatamente omosessuali, decisamente sfortunati in infanzia e adolescenza, pronti a mettere nero su bianco i limiti e le paranoie delle rispettive vite. Se Sedaris è molto più maturo, leggibile, commerciale e buono, Borrough è molto più scorretto, cinico e frocio.
Bene, sarebbe giusto parlare di cosa mi accomuna ai due di cui sopra, ma preferisco accennare alle piccole differenze che corrono tra me e loro, tra quello che scrivo e dei best seller mondiali.
Questo perchè, in effetti, il memoir è il mio genere. In primis perchè mi permette di scrivere di ciò che prediligo, me stesso, e poi perchè unisce la poca pazienza tipica del racconto, con l'eventuale sconnessione tra un passo e l'altro. Permette strafalcioni, ripetizioni e variazioni sul tema. Si può raccontare cinque volte, in cinque modi differenti, la propria prima volta nel campo del sesso anale con il proprio fidanzato. Argomento sul quale, devo essere sincero, non ho molto materiale. E qui, a un occhio attento, appare la prima piccola differenza: la figura della madre di Sedaris, la figura del padre di Borrough, sono dei veri personaggi bomba. Il sogno di ogni reality, il desiderio recondito di ogni sceneggiatore. La prima volta di Borrough, la ciste rettale di Sedaris, sono veri e propri micro capolavori. Le sorelle di Sedaris, il fratello di Borrough, sono macchiette psicotiche, rovinose entità umane impagabili per la loro preziosità narrativa. In effetti i piccoli gesti psicotici di mio padre, il consumare la farfalla del gas, controllando sette volte al minuto che sia chiuso, il rimettere a posto metodicamente i controlli della macchina, muovendo la rotella dell'aria condizionata fino a ritornare nell'esatta posizione dove l'aveva lasciata prima che qualche maleducato essere umano si sia intromesso nella sua vita, possono essere interessanti. Ma mai quanto una madre sotto psicofarmaci o un padre killer. Il fato mi ha dato una famiglia normale, con interessi normali, con difetti normali. L'offerta speciale che andava in quei giorni era famiglia media per ceto medio. Un quadro patologico che annoierebbe chiunque. Non è tanto lo stile con cui scrivo, ma i contenuti. Ho uno stile, una punteggiatura, una metrica. Insomma, so di essere leggibile. Sfogliando le prime cinque pagine di un libro di Moccia in aereoporto, mi sono reso conto di essere non solo leggibile, ma profondamente interessante nella mia sconvolgente normalità. La seconda piccola differenza è seduta su un grande bisogno psicologico: il memoir è un modo di fare outing verso il mondo. Un modo diretto e semplice per smettere di vergognarsi di qualche cosa. E il mio retaggio cattolico borghese non mi permette di fare outing, se non nell'intimità di me stesso. Forse è mancanza di coraggio. La terza, ultima, sottile differenza è nella fortunata serie di eventi che hanno portato due vite sgregolate, apparentemente senza nessuna logica e senza nessuna morale, ad essere le vite più spiate della carta stampata. Un'infanzia difficile, e già qui biograficamente siamo incompatibili. Nessuna delle suore che mi tenevano all'asilo, ha mai tentato abusi sessuali su di me. Statisticamente fortunato, qualcuno direbbe. La cosa più sconvolgente della mia infanzia non è stata un padre alcolizzato, ma le scarpe correttive per drizzarmi la schiena (se non contiamo la perdita di cinque exogini ai giardinetti, trauma che oggi mi porta a controllare cinque volte la panchina da cui mi alzo, per essere sicuro di non aver lasciato nulla). Per non parlare dell'adolescenza e della giovinezza. La droga, il dissenso, la dispersione di energie in cose totalmente inutili, sono discipline che ho praticato con ostinazione come i due americani. Ma gli effetti di questo triennio immorale si sono limitati a qualche vergognosa frequentazione, due anni di università buttati nel cesso e un paio di incidenti in macchina inspiegabili se non calcolando tassi alcolemici da alpino in licenza. Non ho avuto fidanzati erotomani, piuttosto ho inanellato una spaventosa serie di comunissime fighette milanesi ossessionate dalla cellulite e dallo status sociale delle proprie famiglie. La serialità con cui sono stato tradito non interesserebbe nessuno, perchè è un male fin troppo comune, di cui nessuno ha voglia di parlare. Potrei andare avanti per ore, a raccontare una sconcertante normalità, a cui, in fondo sono affezzionato. Forse, potendo scegliere, rinascerei me stesso. Pagando il prezzo di non scrivere best sellers, ma anche rifacendo tutte le normali cazzate che mi hanno portato, normalmente, ai miei normali trent'anni.
Il tutto nasce da un pensiero preciso. Nato con la pesantezza di tutti i grandi pensieri, andrebbe spiegato, ma questo esce dagli otto minuti previsti per la lettura di questo post. Per questo rimando i fedeli lettori all'addendum qui sotto.
Addendum fondamentale
(contenuto leggibile solo in abbonamento)
Ero felicemente sdraiato sul piccolissimo letto dell'albergo, deciso a recuperare un po' di stanchezza, ma impegnato a digerire una sfortunata serie di numeri sbagliati giocati al casinò. Sul taxi, in una Barcellona immersa nella nebbia, cercavo la verità statistica che mi ha portato a inizio serata sopra di cinquecento e alla fine a riportare a casa i soldi giocati. Non c'è pace, la roulette è una piccola malattia. Il ragazzo alla reception, davanti alla mia perplessità per le tariffe da Quinta Strada, ha religiosamente snocciolato gli evidenti vantaggi di una stanza di un metro per due nel centro di Barcellona. In primis la televisione completamente gratis. Ora, visto che solitamente, in Occidente e in buona parte del resto del mondo, la televisione è gratis, anche se il prezzo intellettuale che si paga a guardarla è altissimo, la cosa mi ha lasciato decisamente indifferente. Ho continuato a pensare di essere stato inculato, anche quando lui, zelante, ha precisato che la cosa mi avrebbe permesso di seguire Spagna-Austria in alta definizione (in accadì. Ventidue esseri umani che corrono in accadì. Eccitante). Cosa che, devo ammetterlo, renderebbe invitante anche uno scantinato, soprattutto se non sei spagnolo, austriaco, appassionato di calcio, e così solo mentalmente da guardare la partita nella tua stanza. In ogni caso, impossibilitato al sonno dal rosso e dal nero, ho acceso l'iPod e il televisore in contemporanea. La coincidenza miracolosa ha fatto partire i The Gossip mentre dalla CNN passavo su una inquadratura a campo ravvicinato di una vagina e di un pene. I due elementi, fusi armoniosamente, appartenevano nell'ordine: a un grosso palestrato glabro (il pene), a una simpatica e grassa signorina (la vagina). Architettonicamente incastrata tra i fornelli e una mensola di una cucina di formica bianca, la giovane giumenca si agitava in modo decisamente imbarazzante, lasciando che tonnellate di carne molle si muovessero ritmicamente. Mettendo da parte lo squallore per la cucina di formica, ho apprezzato tantissimo l'associazione mentale immediata tra la poveretta e la cantante dei The Gossip. Disturbato dalla cucina e dall'evidente mancanza di talento in regia, ho dovuto spegnere la televisione. Rimanendo per quasi due minuti, fino alla fine del pezzo, a ripensare alla cantante dei The Gossip, nuda e incastonata in una cucina low cost, mentre canta con la cattiveria che ha dal vivo, uno qualsiasi dei suoi pezzi. Purtroppo, alla fine, ho dovuto prendere "Correndo con le forbici in Mano". Leggere concilia il sonno e toglie i brutti pensieri. Ma il buon Borrough ha deciso di tirarmi un grande tranello, iniziando a descrivere la prima, violenta, esperienza fisica con il suo fidanzato. Quando la vita è troppo, non resta che spegnere la luce e aspettare che arrivi l'alba. Intanto pensavo a queste piccole differenze. A come la mia vita non possa essere un best seller. Un vero peccato: se è vero che lo stile c'è, la noia dell'eterossessualità, che ha stancato anche la classe politica italiana, potrebbe uccidere il più tenace dei lettori. Per non parlare di un lavoro stressante, di una quotidiana battaglia con la città, di qualche senso di colpa e di tantissimi sogni mai messi in pratica. Della fatica per uscire dal pericoloso loop lavoro-divano-lavoro. Del pendolarismo snervante, eccetera eccetera. Nessuno ha voglia di rileggere se stesso.
Se la playlist della tua vita è terribilmente noiosa, ricordati che non è iTunes a decidere i pezzi, sei tu.
Io sono sempre connesso. Scrivo su tre indirizzi mail, ricevo una media di 300 messaggi di posta al giorno. Più della metà sono comunicazioni di cui devo essere a conoscenza. La metà del resto è composta da pubblicità, newsletter, aggiornamenti. Ho accesso alla mia posta dal pc, dal telefonino, da remoto. Posso connettermi ovunque. In qualsiasi momento. Parlo con tre continenti, lavoro con quattro fusi orari differenti. Quando dormo, mi rispondono. Quando dormono, io rispondo. Ogni dieci o quindici giorni, un amico, generalmente preoccupato dalla mia sparizione, mi scrive un messaggio per sapere come sto. C'è un'altissima probabilità che quel messaggio finisca nello spam. Io non controllo mai la cartella spam. Ho già troppo spam nella cartella normale. Ho due cellulare. Generalmente passo dalle tre alle cinque ore al giorno al telefono. Uso un auricolare a filo, vecchio stile, per evitare che l'orecchio destro abbia una temperatura media molto più alta del resto del corpo. I miei telefoni sono sempre accessi. Li spengo solo in aereo, so di essere uno dei pochi, ma amo le tradizioni. La mia scrivania è un luogo fisico su cui si accumula il passato. E' come un vecchio tronco. Scavando nei cerchi di riviste e fogli si può risalire alla data di quello strato di carta. Questo perchè la mia vera scrivania è nella tasca davanti della mia borsa di pelle. E' una penna usb. In verità sono quattro penne usb. Perchè conviene sempre fare backup. In una di queste penne usb tengo le foto che faccio in giro. Continuo a fare foto ovunque. Gli sms finiscono nella stessa cartella della posta elettronica. Così è raro che io sia in grado di leggere un sms prima di una settimana. Sono su facebook, ero su myspace, sono su linkedin, anobii, issuu, twitter e friendfeed. Uso solo facebook, per scrivere cazzate durante le attese o nei momenti morti di una conference call e anobii per tenere traccia della mia libreria. Ho un blog, sul quale scrivo quando ho voglia.
Io sono rabbia. Sono rabbia ormai da mesi. Incontrollabile, continua, esplosiva rabbia. Ho le mie ragioni, come tutti gli uomini. Ho voglia di parlare della mia rabbia. Non con tutti. In nessun luogo digitale. E' una rabbia sorda, che non mi permette di ascoltare ragioni. E' una rabbia sterile, che non mi permette di scrivere.
Io sono sempre io. Per tutti quelli che si accontentano di un aggiornamento digitale o di una mail, niente cambia. Cambio spesso posto fisico, cambio continuamente residenza, in un mese non dormo più di tre notti nello stesso posto. Come se fossi in fuga da qualcosa. Dall'esterno, deve essere terribilmente emozionante. Dall'interno, sai che la rabbia si sposta con te.
Io sono un visivo. Il mio olfatto ha solo memoria, nel presente non sento odori. Li ricordo solamente. Il mio tatto è sovraeccitato continuamente da nuovi posti. Il mio udito lavora dodici ore al giorno. Poi cade in un blackout emotivo e cancella tutto. Tutti i giorni. La mia vista è il presente, perchè vedo tutto, osservo tutto, cerco sempre di guardare tutto. La mia vista è la principale memoria, quello che ho visto non dimentico. Inutile provarci. Ricordo perfettamente tutto quello che mi ha fatto soffrire, tutto quello che mi ha lasciato senza fiato, ricordo immagini perfette di tutto. Per questo, oggi, non riesco a domare la mia rabbia. Quello che ho visto farebbe impazzire chiunque. Quello che ho visto, non avrei mai voluto vederlo, leggerlo, soffermarmi a guardarlo. Il mio cuore è nei miei occhi. Posso guardare un quadro ed essere felice, posso vedere un tramonto ed emozionarmi, posso leggere una poesia e rimanere paralizzato. I miei occhi hanno visto quello che il mio udito non sentiva, quello che il mio tatto non trovava, quello che il buonsenso mi stava dicendo da tempo. E tutto si è fermato.
Non riesco a scriverne, perchè scrivo emozioni già finite. Scrivo di ricordi, scrivo nel passato prossimo, non nel presente. E questa rabbia è il mio presente. Più passa il tempo più assomiglio alla mia rabbia. So che finirà, tutto ha diritto al perdono. Allora saranno ricordi, memoria, di cui scrivere. Non ora.
Parlarne mi serve come berci sopra. Per tutte e due le cose serve la presenza fisica, non certo il contatto digitale. Nessuno salverà il mondo con un sms. Il mondo è stato messo in guerra con un brindisi. Il mondo ha trovato la pace con un brindisi. Due bicchieri che sbattono uno contro l'altro, fisicamente presenti. Insieme.
Per fare la guerra basta una persona, contro il mondo. Per fare la pace servono sempre due intenzioni.
Io sono, manca l'intenzione.
Dietro a un muretto basso che corre lungo tutta la grande strada per l'Ortomercato, Mugelli respira piano aspettando il momento giusto. Nella tasca destra della giacca sente il peso del cellulare e delle manette. Tra le mani tiene la pistola d'ordinanza. Il fiato fa piccole nuvole di fumo, l'aria bagnata entra nelle ossa e la notte si sta impossessando della città, mangiandosi i lampioni gialli, i palazzi e gli alberi spogli. Mugelli non lo sa ancora, ma come in tutti i gialli ambientati a Milano, ci sono pochissime possibilità che gli venga assegnato un finale decente, qualcosa con il botto. Milano non è una città per gialli. Cazzo, da almeno due generazioni, scrittori di talento o meno ci stanno provando. Se fosse per Pinketts, il mondo non girerebbe nel verso giusto, o forse non girerebbe del tutto. Scerbanenco ha fatto il suo, raccontanto la paura di anni in cui si era figli della paura, delle bombe e della paura delle bombe. Cito con stima Elisabetta Bucciarelli e i suoi cadaveri galleggianti al Forlanini, ma un cadavere a Milano è roba per Studio Aperto, non tanto per una buona storia. Mugelli tutto questo non lo sa. Non può saperlo. E' nato su un foglio di carta della Swiss Air, a undicimila metri di quota, da qualche parte sopra la Russia. In sette ore di volo, Mugelli si è trovato scaraventato in una storia folle di zingari, squallore, odori e gente poco raccomandabile. Lui e i suoi milleduecento euro al mese sono stati trasportati nella galassia degli eroi metropolitani. Dopo aver seguito con la pazienza del segugio una pista a cui nessuno dava retta, che lo ha portato dritto dentro un Campo Rom, proprio dietro l'Ortomercato, ha aspettato che le tessere del mosaico si rivelassero da sole. C'è un poliziotto corrotto, o forse solamente stupido. Ci sono due donne, non una, che fanno a pugni con la sua vita. Di una, Mugelli, è talmente innamorato da dimenticarsi sempre la dignità di un uomo. Dell'altra, Mugelli, non sa nemmeno tanto. Sa solo che vederla è come tornare dietro di dieci anni. Non fanno l'amore, si divorano, mangiando sogni, pelle e tempo infilati sotto qualche portone del centro. Maledetta lei e le sue gambe perfette. Ci sono cose che possono mettere in ginocchio la volontà di un uomo. Due gambe così possono non farti rialzare più. Poi c'è il suo vecchio padre, che vive attaccato a delle strane macchine dentro uno degli ospizi che crescono come funghi dopo la pioggia dentro le periferie della città. Poveretto, Mugelli. Con una cazzo di vita così avrebbe dovuto prendere da tempo la decisione di scappare. Eppure, Mugelli ama la sua città, ama il disordine, lo respira e ci lavora dentro. Adesso è appeso a un destino del cazzo, quello di finire la sua storia uccidendo il suo collega, un colpo per sbaglio, nella penombra tra i furgoni dell'Ortomercato. Nessuno meriterebbe un finale così brutto. Per questo a Mugelli suona il cellulare. Lo sente vibrare in tasca. Lo tira fuori. Sul display compaiono due gambe perfette. Un numero, che manco a dirlo, ha due sette di fila. Non risponde. Rimette il cellulare in tasca, ma qualcosa si è mosso a pochi passi da lui. Qualcosa che arriva a pochissimo da lui e dal suo cazzo di muretto. Qualcosa che ansima. Qualcosa che potrebbe ucciderlo. Mugelli cerca di guardare al di là del muretto. Alza piano la testa. Il colpo è troppo forte per non fare rumore. Un rumore sordo, che viene subito mangiato dalla notte che si sta mangiano la città. Un colpo che lo lascia per terra, che fa cadere il cellulare dalla giacca. Non riesce a muoversi, Mugelli, ma sente il cellulare che continua a vibrare. Poi vede l'uomo avvicinarsi, schiacciare con forza il cellulare sotto la scarpa. Sente la plastica rompersi. Poi vede la pistola puntata tra i suoi occhi. Riconosce il suo collega. Che in un altro finale sarebbe morto per mano di Mugelli. Destino bastardo. Non sarà mai possibile scrivere un giallo su Milano.
Per quattro anni di fila mi sono ammalato il giorno del compleanno della mia ex-fidanzata. Esattamente nel mezzo delle vancaze di Natale. Andando a vedere gli album di foto di capodanno, compaio sullo sfondo, addobbato con maglioni e sciarpe e dotato di un pallore quasi luminoso, extraterrestre.
Poi ho iniziato un periodo in cui ho preso alla lettera la filosofia post moderna della medicazione preventiva. Consumavo kili di paracetamolo al primo starnuto di stagione, inibendo il mio corpo e distruggendo lo stomaco.
Non ho preso un'influenza per quasi tre anni, ma in compenso ero dilaniato da coliche e dolori addominali spaventosi per via delle dosi equine di medicinali. Dopo un paio d'anni di naturalismo omeopatico, durante i quali mi curavo con radici di liquerizia e tisane di eucalipto, passando l'autunno, l'inverno e buona parte della primavera perennemente raffreddato, sono arrivato al compromesso storico: compro le medicine, ma poi non le prendo. Compro le medicine per sentirmi sicuro, averle in casa mi rasserena. Nella valigia verde non mancano mai cinque o sei medicinali. Ma poi non li prendo mai. Profondamente convinto che ciò che non ammazza fortifica, lascio che virus, batteri e sindromi si impossessino di me. Non cedo alle prime avvisaglie di influenza e arrivo al punto di non ritorno, quando mi infilo sotto il piumone per uscirne 48/60 ore dopo, distrutto. Al piumone seguono 24 ore di divano, in cui assorbo tutto il palinsesto tv con passività stoica. Non voglio intorno nessuno, anche se ho bisogno di essere alimentato e idratato e ho una grandissima necessità di lamentarmi in continuazione. Punisco i miei sensi mangiando pasta in bianco e mele cotte, bevo più acqua di un dromedario e attendo che la vita si riprenda il mio corpo. Funziona. Nessuno se ne accorge se tutto questo avviene tra venerdìe lunedì. Credono tutti tu sia sparito per un week end lungo, anche se vista la faccia qualcuno sospetta che tu ti stia appassionando alle rivisitazioni di Trainspotting. Ecco, in questo esatto momento sono nella fase di passaggio tra il piumone e il divano. Ho subito un intero pomeriggio di televisione, sento la testa che vuole abbandonare il resto del corpo, ho il culo che riproduce esattamente la forma del divano, lo sguardo languido, i capelli in ribellione e la barba sfatta. Se tutto procede per il verso giusto, plausibilmente martedì potrei fare la mia comparsa nel mondo dei vivi. Sono molto di moda, visto che una buona metà di Milano in questo momento versa nelle mie stesse condizioni. Se si tratti davvero di H1N1 nessuno lo saprà mai. Il mio medico curante si è trincerato dentro il suo studio e spara campionature di colluttori a chiunque si avvicini. Ma poi chiameresti davvero il tuo medico curante per una semplice influenza? No, se non fosse per la distruttiva campagna mediatica con cui stanno minando seriamente la stabilità psicologica dell'intera popolazione. Non resta che armarsi di fatalismo e attendere che il destino si manifesti. Per farmi trovare pronto, cerco di tenere a portata di mano un paio di libri e di lavarmi spesso i denti, così da essere più presentabile.
Questo è uno dei due momenti dell'anno in cui sento fortissimo il bisogno di avere Sky o una playstation. Poi mi passa. Ma resta il ricordo di ore passate a seguire telepromozioni di frullatori e coltelli. Se solo avessi la forza di raggiungere la carta di credito, oggi mi sarei comprato due materassi, un orrido macchinario per modellare i glutei e un villino in collina, proprio alle porte di Milano. Un villino tutto mio, immerso nel verde, arredato con cura e pieno di oggetti indispensabili come il convertitore da vinile a mp3, il frullatore multiuso per fare stupendi strudel con noci finemente tritate, una tuta di domopack da avvolgere sulla pancia, due raccolte di cd sugli anni 80, e uno stock di vini da far invidia alle peggiori trattorie di paese.
La prossima volta che mi ammalo devo ricordarmi di tenere il cordless e la carta a portata di mano. Morirò di suina, ma aiutando il Pil a crescere.
A letto mi riduco a guardare l'orologio. Sono tre giorni che dormo tre ore a notte. Dalle tre alle sei. Le ore migliori. Il sole tramonta prestissimo e sale in cielo molto prima che un essere umano ritenga ragionevole alzarsi. Più ti avvicini all'Equatore più è così. Ho gli occhi perennemente arrossati per l'aria, questo smog sottile che rende il cielo grigio e la gente triste. Giro di notte per i mercati abusivi, contrattando su improbabili copie di iPhone e orologi di plastica, solo per il gusto di contrattare. Evito i taxi, dopo le brutte esperienze.
Quasi ogni ragazza ci ferma, soprattutto nel quartiere delle fabbriche dove i pochi europei sono davvero pochi, e molto depressi. Ci fermano, ci fanno una foto e scappano ridendo. Cazzo di gente.
Non c'è cosa che mi fa più incazzare di vedere gli europei che fingono di amare questo posto solo perchè le loro fottute carte di credito sono riempite mensilmente da simpatici manager cinesi. Si inchinano, imparano qualche parola di cinese, bevono birra cinese, sorridono e fanno milioni di foto del cazzo. A parte la birra cinese, tsintao, ch è pur sempre birra e per tanto va rispettata, il resto è uno spettacolo tragicomico.
Cerco di imparare a mangiare con le bacchette, anche se appena trovo qualcosa di bevibile abbandono il piatto e le bacchette e mi metto a succhiare avidamente dalla ciotola. Così, in due giorni ho bevuto almeno sette zuppe.
Barcollo in perenne stato di evidente confusione mentale, alla ricerca disperata di caffeina. Ho finito le scorte di medicinali, mi resta solo un po' di ibuprofene, ma non mi aiuta a restare sveglio. Così provo le vitamine locali.
Arrivo in albergo distrutto, guardo la valigia come un tossico strafatto, seduto sul letto in mutande.
Poi mi lascio cadere e mi prende uno strano torpore. La mia valigia ha fatto il giro del mondo. Mi guarda da terra, con le evidenti cicatrici del tempo e mi ricorda che non smetterò mai di viaggiare.
Cazzo, morire in taxi è proprio da coglioni. Soprattutto quando si ha il biglietto per il treno più veloce del mondo pagato. Questo strano personaggio, età indefinibile, avvolto in un paio di occhiali D&G a mascherina, guida come se avesse dei grossi problemi di integrazione sociale. Salta le corsie senza alcuna logica, ignora completamente le regole della segnaletica orizzontale e del buon senso. Nel frattempo, non contento di esplorare tutte le possibili strade verso la morte stradale, si impegna a tenere vivi tutta una serie di tic nervosi che rendono estremamente pittoresco il viaggio. Sotto gli ottanta kilometri all'ora tira giù tutti i finestrini e mette la quarta. Raggiunti i novanta cambia marcia e tira su tutti i finestrini.
il bello è che fa di tutto per procedere tra gli ottanta e i novanta, ripetendo all'infinito la manovra dei finestrini e cambiando marcia come se il suo braccio destro fosse posseduto da uno strano demonio. A sinistra, nel frattempo, scorrono eterne delle case tutte uguali, modello Londra primo novecento, solo che di sedici piani ciascuna e terribilmente fatiscenti. La stanchezza è tale che mi sembra di avere lo stesso panorama da una vita. Gli occhi mi si chiudono, mi sale la birra, sento le vibrazioni della macchina. Mentalmente ripasso la statistica per cui è molto più probabile morire in macchina che in aereo. Che non fa una piega. Vengo da sedici ore di aereo, morire in taxi sarebbe statisticamente corretto. Involontariamente premo il piede destro sul pianale della macchina, come se potessi frenare io ogni volta che il mio amico muso giallo fa qualche cazzata. Non morirò in una cazzo di Ford degli anni ottanta solo perchè tu sei stronzo, bello. Mentre lo penso mi si chiude l'occhio sinistro. Le vitamine, insieme agli attivatori del sistema immunitario e a una decina di caffè, non riescono a tenere le 29 ore di fila sveglio e operativo. Servirebbe altro, ma noi non vogliamo che serva altro. Sento solo il bisogno di andare al cesso. Di farmi una doccia, di dormire. Ma delle tre cose posso risolvere, in breve tempo, solo la prima. La doccia, insieme al crollo sul letto, è un traguardo lontano. Mancano almeno altre sei o sette ore. Quando sto così, di solito, la ricetta migliore è una birra. O meglio un continuo di birre. E' come se partissi già ubriaco, aggiungi le birre e non senti la differenza. Solo che la cosa ti fa stare tremendamente calmo. Pianifico di ordinarne una dopo essere andato al cesso. Prima non posso farlo. Potrei morire.
Oggi sono stato tra i primi al mondo a vedere l'alba. L'alba del mondo, perchè più a est di così si torna a ovest. E il sole che sorge nel blu, insieme allo strano panorama della periferia di Shanghai mentre atterriamo, è qualcosa che mi rimarrà impresso.
Devo cercare di ottimizzare le risorse, per sopravvivere alla settimana che, manco a dirlo, deve ancora iniziare.
Quando sto così ho voglia di scrivere tutto quello che vedo. Perchè mi capita di vedere cose straordinare, ma poi mi manca la forza per scriverle. Mi manca la forza per fare quasi tutto, così divento simile a un animale che tiene attivi solo i principali sensori legati alla sopravvivenza. Sono in grado di difendermi, sono in grado di contare soldi, rollarmi una sigaretta, ordinare dell'alcool e reperire un hotel. Il resto è una vaga nebbia.
Mentre la Signora passa in rassegna tutta la libreria di iTunes, cantando a squarciagola tutti, dico tutti, i titoli presenti esclusi quelli da me introdotti, cerco di lavorare a uno splendido e coinvolgente progetto culturale: mettere ordine tra gli ultimi libri comprati, regalati, forniti e rubati. Ammettevo giusto oggi al buon AdrianoBaroneGrandeScrittore, che questo per me, in questo periodo, è già uno sforzo immane.
"metti Pablo Cialella, Dura La Vita a Milano Città"
"Ma non dire cazzate".
Insomma questa cosa di essere una specie di soffice pandoro, splendente nella sua velatura di zucchero, morbido già alla vista, incomprensibilmente dolce, appoggiato sulla tavola imbandita per Pasqua, non mi fa stare male. Sono semplicemente fuori stagione. Arriverà il mio momento.
"Ti prego i REM mi deprimono"
- inizia a cantare tutta The Great Beyond, senza tralasciare il tono strascicoso di Stipe.
Sono un Pandoro a Pasqua, è vero, ma Natale arriva per tutti. E per i Pandori, Natale è come il giorno del Ringraziamento per i Tacchini. E' la suprema consacrazione di una intera vita passata, inconsapevolmente o meno, a prepararsi.
Breve interludio degli XX, la band più trasgressiva d'Inghilterra, perfetta per un fine ottobre con pioggia a Milano. Roba per cui bisogna bere molto rhum.
Ho finito di leggere Zia Mame, postfazione compresa. E rimane, al solito, il gustoso vuoto tipico di tutti i post-qualcosa-di-davvero-bello. Che poi Zia Mame sia diventata un'icona omosessuale per un paio di generazioni di yankees, che poi il libro abbia la copertina rosa, che poi la storia sia uno splendido film per trentenni con la lacrima facile appena scaricate da fidanzato secolare, insomma che tutto porti a una mia omosessualità latente, mi spaventa poco. Sul fondo della seconda vasca della piscina, questa sera, mentre ascoltavo il preoccupante cigolio della mia spalla sinistra e con la coda dell'occhio guardavo un enorme culona approcciarsi al bordo vasca, pensavo che la divisione del mondo in due sessi è alquanto limitante.
Dopo un breve giro di Kid Rock tutto si spegne: inizia la delicatissima fase di masterizzazione dell'opera.
Beh, guardo la mensola bianca sopra il letto e aspetto che uno dei titoli che mi guardano, piova su di me. C'è Zafon, con Marina. Ma l'amore per la sua Barcellona è finito dopo L'Ombra del Vento. C'è un libro regalatomi dalla Signora a Madrid, che sembra il miglior candidato, "Vedi Di Non Morire". Poi c'è Fante, che mi sono comprato in preda a un periodo di malinconici ricordi universitari. Ma Fante, se letto in questo periodo, potrebbe spianare la già ripida discesa del sottoscritto verso l'alcoolismo totale. Ci sarebbe Izzo, ma non ho voglia.
E ricado nella Psicologia Della Supposta, che prevede l'immobilismo dopo qualcosa di stupendo, per prevenire brutti seguiti. Così fu dopo aver fatto l'amore con una tale Maria Romana. Ho girato tutta l'estate per Ios felicemente abbracciato a una bottiglia di coca e rhum, evitando con attenzione ogni possibile contatto con l'altro sesso (uno dei sette sessi), per non rovinare tutto. Così fu per quasi due anni dopo aver comprato Live at Wembley dei Queen. Niente avrebbe potuto avvicinarsi lontanamente a quel concerto. Così, cercando di farmi crescere i baffi, non ascoltavo nemmeno la radio. Così fu per mesi dopo Kundera, così penso sarà per parecchio dopo aver visto Bastardi Senza Gloria. Perchè la Supposta si annuncia sempre dolorosamente.
Qualcosa dovrò pur leggere visto che, come il mio amico AdrianoBaroneGrandeScrittore mi ha fatto velatamente notare, non sono per nulla utile all'umanità in altro modo se non nella veste di acquisitore di libri. E in più, in pochi giorni, mi aspettano trenta ore di volo. Roba da finire il Signore Degli Anelli un paio di volte.
Ma sul come si faccia a ricominciare dopo qualcosa di davvero bello non sono certo di aiuto.
Chiuderò il pc e andro davanti alla mensola bianca. Qualcosa mi cadrà in testa.
La Signora ha appena finito la grande opera di masterizzazione. Il volume, che potremmo chiamare Sintesi degli Accostamenti Difficili, prevede nell'ordine:
Amy McDonald: autrice di discreto livello che compare ossessivamente in tutte le playlist di iTunes, in tutti i cd della macchina e in tutte le compilation che passano da casa.
Bebe: di difficile definizione. Va bene a piccole dosi
Cake: un gruppo una leggenda. La Signora voleva toglierli, ma iTunes si è ribellato. La loro presenza innalza di molto il valore del disco
Dolores O'riordan: alla quale io toglierei tranquillamente il microfono. Insopportabile in formazione, figurarsi da solista.
Franz Ferdinand: si beh, ok, va bene, i Franz Ferdinad. Però dopo due o trecento pezzi stancano
Florence and the Machine: ascoltabilissimi ma a me completamente sconosciuti/a/e (?)
Glasvegas: un paranoide che si è arrabbiato con il padre. Anche qui, come per i Franz Ferdinand, vale la legge della moderazione: un pezzo ogni due o tre mesi è più che sufficiente.
The Gossip: a me piace lei dal vivo in tutta la sua colossale teatrale disfatta. Il corpo umano che cede alla gravità. Il brutto che vince sul bello, eppure la voce bella che vince sulle musiche brutte.
Green Day: come dare una svolta a un cd. In meglio
Jack Johnson: ci sta. Ci sta meglio da Marzo a Settembre. In Autunno e inverno è difficile. Come guardare un documentario sulle Maldive da Lodi a novembre nella nebbia.
Kid Rock: lasciami dire che ti sei risorto da solo. Al merito per Pamela non si poteva aggiungere nulla.
The Kooks: i Kooks alzano sempre il tono di un cd. Io sono innamorato della pronuncia, delle parole e delle loro pettinature.
Lili Allen: mah
Red Hot Chili Peppers: Hard to Concentrate non è una canzone è una poesia
Tayol Swift: credo di non sapere con esattezza chi sia. Però canta bene
R.E.M.: mi piacevano un sacco quando avevo i jeans con il risvolto e non mi crescevano peli sulla faccia.
Sheryl Crow: come chiudere un cd se non con una ballata strappa lacrime?
Io non farò mai il critico musicale. Anche qui, preferisco fare il divoratore, l'ascoltatore compulsivo. Mi viene meglio. Per dire quanto l'iTunes della Signora sia lontano dal mio iTunes di questi giorni, io mi sono appena fatto un cd che prevede si i Kooks, si i Green Day, ma anche un'ottima ripassata di storici Metallica, un giro di Iron Maiden d'annata, uno spolverio di Bad Religion, una attenta analisi di No Use For A Name, un piccolo giro di Mad Caddies, due o tre accenni ai Lag Wagon.
Roba, insomma, con cui iniziare la giornata.
Inutile temporeggiare, la mensola bianca aspetta.
Milano
Ho sempre pensato che questa cosa di vivere a Milano mi sarebbe tornata utile prima o poi. Anni di soprusi emotivi, civici e fisici, tonnellate di multe, evidenti rughe per il traffico, disservizi da tendopoli ugandese, bullismo politico e deboscio umano mi sono sempre passati addosso senza lasciare traccia. Io Milano l'ho sempre difesa. Quando ti tirano fuori la ridente provincia, la splendida campagna, la suprema vita agreste, rispondi storcendo il naso ed elencando concerti, teatri, cinema, vita culturale. Anche se poi tutta questa vita culturale ti scivola come le ruote del motorino sul pavee. Quando ti parlano di altre grandi città, tiri fuori con orgoglio la questione del lavoro, dell'elasticità, delle opportunità. E poi te lo ripeti quando ti rendi conto che con lo stipendio di un mese potresti al massimo pagare le multe. Ma tu difendi la tua città. E non puoi fare altrimenti. Sei nato nella sua pancia, vicino al cuore pulsante, godendo della sua pelle più viva. E' il posto dove sei nato, dove ti sei innamorato, dove ti sei perso, dove hai passato gran parte della tua vita. E' un posto dove torni volentieri. Questo basta.
Barak Obama
Vado in America da almeno due presidenti. Il passaggio tra l'idiota e Barak Obama non ha cambiato nulla nei miei occhi di turista- lavoratore. Atterrare a Philadelphia è sempre traumatico, mangiare a Los Angeles sempre difficile, camminare dentro il vento di Chicago sempre impossibile. Sognare San Francisco è sempre la cosa più vicina alla realtà. Il Pacifico sotto LA è sempre bello. Però una cosa che l'America, indipendentemente dai suoi presidenti, dai suoi problemi e dalla sua gente, ha sempre avuto è il cielo. Il cielo americano è infinito. Gli americani dovrebbero pagare molte più tasse per tutto il cielo che hanno. Una roba da togliere il fiato. Mi ricordo di essere rimasto a bocca aperta, fermo immobile appena uscito dal piccolo aereoporto di un paesino della Pensilvania, davanti al cielo infinito, grande come tutto quello che puoi immaginare, con nuvole soffici, il sole che spunta. Roba incredibile. E poi il cielo sopra New York, che sembrava Gotham City. Non proprio sopra New York, perchè New York è l'unica città con i palazzi più alti del cielo, con i tetti dei grattacieli che finiscono sospesi tra le nuvole. E poi il cielo della Florida, tutto un pezzo con il mare, tutto azzurro, tutto unito. Insomma, in America ci devi andare per un sacco di motivi oppure non ci devi andare per un sacco di pregiudizi, ma ricordati di tenere gli occhi per il cielo.
Avere Trent'anni
Lentamente ho rinunciato a un sacco di hobbies. In primis furono i modellini delle macchinine. L'amore durò giusto il tempo di far seccare un barattolo di colla. La Ferrari gialla non fu mai finita. E questo è quanto. Poi furono le piramidi di carte. Ne facevo almeno due al giorno, ovunque. Poi un giorno mia madre, sospettando una pericolosa impennata di autismo, mi ha semplicemente buttato tutti e due i mazzi di carte, lasciando incompiuto il grande progetto di ricostriure il Colosseo con le carte. Poi fu il tempo delle Vespe. Riparavo, verniciavo, smontavo, provavo, truccavo, tutto quello che mi passava a portata di mano che fosse marchiato Piaggio. Una dovrebbe essere ancora abbandonata in circonvallazione dopo un misterioso incidente tra sbronzi, in cui la Mitica ebbe la peggio infilandosi in una portiera di una Punto. Poi arrivò la moto, smontare un bicilindrico di vent'anni non è un hobby, è demenza. Leggere non è un hobby, è questione di vita o di morte, come bere rhum e essere fastidiosi con gli sconosciuti. Poi l'età adulta, i conti in banca, il mutuo, il lavoro.
Il Cacciatore di Tramonti
Questa cosa di cercare, in giro per il mondo, i tramonti, rimanendo a guardare il cielo, come un bambino, fino a che il sole non scompare, me la porto dietro da anni. Come tutti gli hobbies, va coltivata con pazienza. Con il tempo l'esperienza aumenta, riesci a riconoscere un finto tramonto bello, un mezzo tramonto, un tramonto inutile, per tempo. Fiuti l'aria, scruti il cielo, senti il vento. Fin dal primo pomeriggio puoi sapere se ti aspetta un tramonto degno di nota. Tengo una piccola lista mentale di tutti i tramonti incredibili che ho visto. Quello dentro il mare, visto dalla punta della montagna sull'Isola d'Elba. Quello a diecimila piedi, da qualche parte sopra l'Atlantico, quello sull'Etna e quello dentro il centro di San Diego. Ma questa sera Milano ha preparato uno spettacolo davvero speciale. Qualcosa che ti ripaga del freddo, del traffico e del casino.
Ho fermato la macchina, sono sceso e ho visto il sole morire dentro i palazzi. Un cielo lungo, finalmente, rosa, arancione e rosso. I palazzi neri, in totale contrasto. Il sole che sparisce. Respiri, pensi che non lo faccia, questione di secondi, aspetti, guardi, poi è subito sera.
La sala riunioni ritorna ad essere illuminata a giorno, e dei cinque che fino a poco tempo prima erano immersi nel buio pesto di una ammorbante presentazione sulla felicità universale espressa tramite l'acquisto di costosi prodotti tecnologici di dubbia utilità, non rimangono che le espressioni da risveglio domenicale, con la pupilla dilatata che cerca disperatamente un appiglio. Il più vecchio della banda veste una cravatta che definire improbabile è estremamente riduttivo: uno strano motivo floreale su sfondo blu, con nodo piccolo e fatto male. Si schiarisce la voce facendo muovere i sette menti rotondi appoggiati sopra il collo. Mi guarda per pochi secondi, poi inizia una delle più appassionanti filippiche sul mondo e le possibili ragioni per cui noi stiamo chiusi in una sala riunioni di uno squallido capannone di una squallida zona industriale di una delle città più belle d'Europa, mentre sicuramente qualcuno, più intelligente e scafato, sta semplicemente facendo l'amore in qualche spiaggia a pochi kilometri da qui. Io non ascolto. In verità è difficile che io ascolti nella mia vita. Accade raramente. Non è richiesto dal mio lavoro, e poi ho una tecnica estremamente funzionale per risparmiare il prezioso tempo e utilizzarlo facendo altro. Mentre il vecchio parla mi limito a controllare le facce della sua cricca, le espressioni di approvazione mi suggeriscono che il poveretto tenta in qualche modo di sottrarsi al suo destino, quello di diventare la cosa più ambita, semplice e scontata del mondo: un nostro cliente. Il venditore affossato al mio fianco sente sempre più vicina la possibilità che tutto questo si trasformi in tragedia. Quest'uomo, vecchio, sovrappeso, inabile agli abbinamenti cromatici tra cravatta e camicia, continua a parlare. Prende più coraggio con i minuti che passano. Io faccio il breve riepilogo delle trasferte delle prossime due settimane. Sarò in due continenti, mi sparerò sessanta ore di volo, probabilmente cinque prime visioni in lingua originale, sei o sette cene pressurizzate, due o tre turbolenze intercontinentali dove pregare intensamente, due albe in un giorno, eccetera eccetera. La salvezza ha le dolci sembianze di una ragazza piccola, rotonda e dal viso dolce, che entra quasi strisciando contro il muro per lasciare un foglio a uno dei quattro della claque. La distrazione, per il vecchio, è totale. Il suo discorso non trova più la carica di qualche secondo prima. E' il momento in cui, volenti o nolenti, bisogna attaccare la preda, sbatterla per terra, stordirla con un morso, e lasciare che la paura la uccida. Riprendo le facce dei quattro seguaci, tutti sotto la trentina, e con un paio di battute sulle generazioni isolo la preda nella solitudine della sua età. Poi chiedo se sia sicuro di un'osservazione che in effetti lui non ha mai fatto, su un lucido della presentazione che riprendo con sicurezza pescando a caso con il cursore del mouse. Mossa di una bassezza imbarazzante. Faccio i complimenti ai suoi comprimari, lasciando qualche frase a metà e mettendo molta certezza in quello che dico. Una stampa di Picasso mi guarda dubbiosa da una parete. Consegno al tempo il verdetto del nostro incontro, comunicando che per noi si è fatto tardi. Il venditore al mio fianco sembra spiazzato, come un piccolo leone a cui viene tolta la gazzella proprio quando stava per infilarci i denti. Io non transigo. Voglio pranzare lontanto da tutto questo. Voglio sentire il rumore del mare, il sapore del pesce e parlare di qualcosa che non sia questo maledetto lavoro. In verità non vorrei nemmeno essere qui, adesso, in questo posto, con queste persone. Ma questo può succedere a chiunque. Ogni mattina nel mondo ci sono milioni di idioti che si ripetono che nella giungla ci sono le gazzelle che si svegliano e che cominciano a correre. Poi con un forte respiro pensano ai leoni, che si svegliano e iniziano a correre. Idioti che non tengono conto che nella giungla ci sono, ogni cazzo di mattina, milioni di cacciatori che sparano alle gazzelle e anche ai leoni, senza nemmeno correre. Che tu sia leone o gazzella non importa, prima o poi, se passi di qui, una pallottola te la prendi sicuro.
Aspetta, prima di tutto devo confessarti che in questo momento ho un grande desiderio di mettermi nel mio letto ad ascoltare ad occhi chiusi tutto l'iPod, fino alla consumazione della rotellina del volume. La consumazione della rotellina del volume è, effettivamente, uno degli ostacoli minori se paragonato al fatto che quello che ho davanti non è il mio letto e che la batteria del mio iPod può durare, nella migliore delle ipotesi, per tre canzoni consecutive. Vorrei musica, vorrei la playlist perfetta. Non aggiorno la libreria dell'iPod da circa due computer fa. Ascolto sempre le stesse canzoni da due anni. Un giorno, molto presto, farò il salto tecnologico e aggiornerò tutto. Nuova musica per le mie orecchie. Sul discorso del letto c'è poco da dire, ho imparato a dormire ovunque. Anche se prediligo ancora i letti con materasso, sono un discreto praticante di penniche in salette d'attesa, su ogni tipo di sedile, panchina o seggiolino. L'antica arte di adattarsi propria di tutti i commessi viaggiatori. Ho di fronte una domenica sera solitaria. La Signora, in questo preciso istante, dovrebbe essere seduta in una saletta lounge di prima classe, intenta a mangiare le olive mentre un macho bruno e scolpito le porta dell'acqua naturale a temperatura ambiente. Il mondo che va alla rovescia: io faccio migliaia di miglia in economy, schiacciato tra odori e carni calde e sudaticce, passando la mia Miles and More ovunque (anche in ascensore). Lei, che vola due volte l'anno, e per di più con le mie miglia, è divorata dal dubbio se mangiare il tonno grigliato o i cannelloni, sprofondata in un sedile xl a tre centimetri da una hostess ossessionata dal benessere dei suoi quattro passeggeri di business. Una serata solitaria non del tutto spiacevole. La città è fresca, ho un grosso libro rosa da finire, un iPod Precario da sfondare e otto canali satellitari da guardare allo sfinimento. Il grosso libro rosa è una rivelazione d'annata: si tratta di Zia Mame. Geniale trovata editoriale con cui Adeplphi segna un buon punto contro la melma da scaffale. Divertente, sicuramente da donna, sicuramente veloce, sicuramente d'annata. Ottimo, appunto. Dovessi mai finirlo troppo presto, dovesse mai finire la batteria dell'iPod (molto probabile), dovessero mai trasmettere per la sedicesima volta Harry Potter (su cui vanto il primato assoluto: ho visto tutta la saga in italiano, spagnolo e inglese), posso sempre dedicarmi allo scrivere. La pigrizia vince. C'è gente che ama solo quando soffre. C'è gente che studia solo due giorni prima di un esame. Io scrivo solo quando devo farlo. Non mi verrà mai in mente di mettermi a scrivere questa sera. E non lo farò. Un lungo elenco di scuse plausibili, tra cui la mancanza di birra, la mancanza di tabacco, la mancanza di aria, la mancanza di luce, ma mai la mancanza di voglia, saranno disponibili per la mia coscienza.
La rivelazione è che difficilmente di questo passo potrò mai scrivere il libro della mia vita. Ho troppo da vivere per scrivere. E spesso sono troppo impegnato a sopravvivere per pensare di vivere. Eccetera eccetera. Insomma, dovrai ancora aspettare, per leggere, divorare, sognare, le mie pagine. Vorrei tanto aggiungere una appassionata riflessione sul meccanismo perverso con il quale il Partito Democratico sta facendo fuori la dignità dei suoi tesserati, ma non essendo tesserato, non mi sento in dovere di farlo. Vorrei fare un piccolo pezzo sulla libertà di stampa, ma non essendo stato mai querelato dal Latin Lover di Arcore non posso farlo. Vorrei anche parlare del Milan, ma non essendo più milanista, non posso certo parlarne. Mi manca l'Italia, dove avrei potuto fare tutte queste cose, sentendomi anzi in dovere di farlo. Quando torno faccio la tessera al PD solo per poterla stracciare e farmi ridare l'euro che ho messo per le primarie di qualche secolo fa. Faccio la tessera al Milan solo per non adare a vederlo e mi abbono al Giornale solo per scrivere infuocate lettere contro la Santanchè. Insomma, torno a fare l'italiano medio.
Mi manca solo un finanziamento per rientrare preoccupantemente nelle statistiche istat.
E sti cazzi.
Durante una delle ultime eclissi solari, mentre una moltitudine di esseri umani con ridicoli occhiali di plastica regalati da tutte le riviste che potrebbero regalare occhiali di plastica ai propri lettori, stava con il naso all'insù, come ipnotizzata dalla sparizione del sole, io ero a qualche decina di metri dalla costa, molto impegnato a fare l'amore. Questo va premesso quando si dice che i miei mal di testa sono come le eclissi solari, si contano sulle dita delle mani. Roba da segnare sul calendario per ricordarla. Però, durante le eclissi solari, come ampiamente dimostrato dalla mia vita, si possono fare molte cose che vengono decisamente difficili quando si ha mal di testa. In verità, con il mal di testa, è difficile vivere. Quei piccoli, insignificanti, gesti come portare la mano sinistra sulla bocca per toccarsi la punta dei baffi, o anche grattare il tallone contro il bordo inferiore del divano, per provare il piccolo brivido del calzino che sale e scende. Niente è facile con il mal di testa. Ma non siamo qui per il mio mal di testa. Per chiudere il tutto, mi limito a dare una cura davvero efficace per tutti coloro che, affondati dall'improvviso dolore, desiderano porre rimedio in maniera corretta e in pieno rispetto del proprio corpo. Si tratta di assumere dell'ibuprofene, facilmente reperibile nel Moment, insieme a della caffeina, facilmente reperibile nel caffè, il tutto con della nicotina, facilmente reperibile nelle sigarette, accompagnando con un album particolarmente impegnativo come Live in Liverpool dei The Gossip, ad alto volume, facilmente reperibile su eMule, o anche in un negozio di dischi, ammesso che ne esistano ancora. Volendo si potrebbe ricorrere anche a forme più primitive di cura, come il taglio dell'organo dolorante. Non è tuttavia documentato l'esito su soggetti curati con il suddetto sistema.
Volevo accennare l'interessante biografia di Luigi Luigi, lo sfortunato inventore nato nei primi anni del settecento da Carlo Luigi e Antonella Baiano. La storia di Luigi Luigi è una delle più interessanti sia dal punto di vista scientifico sia dal punto di vista biografico. Non passano certo inosservate le sue invenzioni, talmente numerose da dover essere numerate, come il tavolino Luigi XVI, in noce moscata e pecorino, o anche la poltrona automassaggiante a meccaniche rotanti, detta poltrona Luigi XV. Le meccaniche della poltrona, un delicato sistema di carrucole collegate con fili di nappa rubati alle finestre del palazzo di Cavenago Cambiago, eletto a residenza da Luigi Luigi, sono state riutilizzate per collegare il cervello di Enrico Papi alla bocca. Quando Alberto Angela renderà pubblico il suo progetto di invasione silenziosa dell'universo tramite macchine dalle sembianze di stupidi esseri umani, tutti potranno sapere che Enrico Papi, l'Onorevole Bondi, Francesco Facchinetti e molti altri, non solo altro che creature scaturite dalla sadica mente di Angela, chiamato dai suoi seguaci Dottor Quark. Dottor Quark, per il suo piano di dominio dell'universo, ha attinto molto dagli insegnamenti di Luigi Luigi. I due condividono un dramma esistenziale molto doloroso: portano cognomi che sono nomi. Sia Luigi che Angela lo sanno bene, e sono consapevoli delle innumerevoli sofferenze che questo porta anche nella progenie. Solo che Angela non ha avuto il coraggio di Luigi Luigi, il quale alla nascita del suo primo genito, in un cupo mattino di novembre del 1732, fece la geniale scelta di dare come nome un cognome, liberando il piccolo dalla terribile maledizione. Così il piccolo Cazzuolati Luigi non ebbe mai nessun problema, se non quello di sembrare scemo quando firmava nella casella nome scrivendo Cazzuolati e nella casella cognome scrivendo Luigi. Molte delle invenzioni del Luigi furono riutilizzate in ambito bellico. Durante alcune sanguinose battaglie di fine secolo furono utilizzate in massa le trincee portatili e le navi gonfiabili da lui inventate. Accortosi della drammaticità delle sue invenzioni, Luigi Luigi volle che tutti i proventi ricavati dalla vendita dei brevetti fossero riutilizzati per istituire un premio, consegnato su base meritocratica, a chi si fosse distinto per la ricerca e la promozione della pace. Il premio Luigi ebbe la sua prima edizione a Cavenago Cambiago nel 1842, un anno dopo la morte del vecchio Luigi Luigi. Nel tempo, offuscato dal Premio Nobel, cadde in disuso, e in molti sospettano che i capitali trafugati dal nipote, Geronzoni Luigi, figlio di Cazzuolati Luigi, siano stati utilizzati per foraggiare la rivolta di Cavenago Cambiago contro Trezzo Sull'Adda. Una disastrosa guerra per il dominio della Minitalia, già allora il parco divertimenti più inutile d'Europa, e quindi molto conteso dai due comuni. Solo un secolo più tardi gli attriti tra i due comuni vennero risolti con la costruzione della quarta corsia sulla A4 e con la morte dell'ultimo promotore del conflitto, Ferlani Luigi, erede di Luigi Luigi. Una storia che ha offuscato la memoria del grande inventore, morto per un caso di malasanità, essendo stato impossibile al dottor Aristide Bagnoni, il geriatra che lo ebbe in cura negli ultimi anni della sua vita nella clinica svizzera di Cavenago Cambiago, poi distrutta per costruire la Esso Brianza Est con Autogrill, reperire la cartella clinica del suo famoso paziente. Le cartelle cliniche, raccolte per cognome dall'infermiera Luisa Danti, furono ispezionate numerose volte, ma nessuno fu in grado di trovare quella del Luigi, inserita erroneamente in quelle non compilate correttamente. Il povero inventore morì, drasticamente stroncato da un mal di testa, sabato 26 settembre, tra le braccia di sua moglie, Antonella Angela, capostipite degli Angela.
Vado ad aggiungere alla ricetta dell'alcool, essendo l'effetto dell'ibuprofene ormai andato. Preferisco le eclissi. Decisamente. Sarà per i loro capelli biondi, l'accento romano e il costume a fantasia, ma le eclissi mi hanno dato molto più dei mal di testa.
Dedicated to Clod Ka Tarynell, inventore moderno.