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Ogni tanto giocare a Risiko, come limonare duro contro un lampione, fa bene all'animo. Meglio dei fiori di Bach. Le proprietà curative del Risiko non sono ancora state ufficializzate, ma sono sotto gli occhi di tutti. Pertanto, nella sera di Pasqua, ci siamo prodotti in una sfida all'ultimo sangue di cui riporto dettagliata cronaca per i posteri. Partecipano: L'Elegante, in veste di favorito e gran conoscitore del giuoco, Renation, Spruzzo, alla sua prima partita, e il sottoscritto. Location esclusiva la Cucina Pistecchi, opportunamente organizzata con tutto il necessario: Pampero, liquori, vinaccia e birre in lattina. Alle ore 22.19 viene sommariamente spiegato a Spruzzo l'uso dei dadi e dei carri armati colorati, con evidenti allusioni anali. Le regole, snocciolate con ascetismo dall'Elegante, vengono assorbite con latitante attenzione. Alle 22.41 si parte con il primo giro, con ordinate file di carri armati che popolano il mondo. Alle 22.42 si ha chiaro che Spruzzo non ha capito nulla, ne del gioco ne del senso del gioco. Ma si procede. Dopo una fitta serie di scaramucce tipiche dei primi turni, alcuni stati si popolano di armate e verso le 23.12 la prima grande offensiva dell'Elegante alla volta dell'Asia viene condotta ai danni di Spruzzo, unico uomo al mondo in grado di fare sei con ogni dado, anche quelli a due facce. Spruzzo resiste, non conscio di resistere, e impedisce reali svolte nella partita. Renation inizia la partita fantasma, come quarto incomodo, ai margini del mondo. Alle 23.45 il Sud America, saldamente nelle mie mani grazie a un accordo con i narcos e al totale disinteresse di Renation, viene assaltato da 2.345 carri armati dell'Elegante, che riesce a conquistare il Brasile. La situazione è chiara a tutti, il grande favorito, forte della sua decennale esperienza (come in qualsiasi sport, hobby, perversione esso faccia), ha in mano le sorti del mondo. Unico neo, Spruzzo che con andatura casuale e senza essere in grado di leggere i nomi degli stati, procede in delle conquiste completamente senza senso, forse guidate dalla cromia dei continenti. Renation vive di stenti, l'Elegante gli regala il Nord America, con fare magnanimo. Io sono rilegato in Africa, con la soddisfazione di avere tutto per me il Madagascar, ma senza nessuna reale possibilità di sopravvivenza nel medio lungo termine. Pertanto mi accanisco sul Pampero. Alle ore 00.10 Spruzzo viene abbandonato dalla compagna. Ne nasce un intensa corrispondenza via sms, di cui beneficia solamente la Vodafone. L'Elegante si porta alla conquista dell'Asia, tentanto di destabilizzare Spruzzo che risponde con dadi mai inferiori al cinque. Per tutto questo tempo, il dado più alto tirato da Renation è stato un quattro. Egli, in sordina, popola di carri armati blu i confini nordamericani, senza che nessuno gli dia attenzione. L'Elegante, già impegnato nel autocelebrare il suo successo, si atteggia come un moderno Kasparov, Spruzzo scrive intense missive d'amore, con l'amor proprio ormai sotto il tavolo, e io condivido con il Pampero quello che resta delle mie tenute africane. Così, nella distrazione generale, Renation sferra una doppietta all'Australia, attacco sanguinoso contro le truppe dell'Elegante, vincendo. Si, vincendo. Perchè il Risiko, come il limonare duro contro un lampione, da sempre dei grandi insegnamenti morali. Che la morale, nella vita come sul mappamondo piatto, è sempre la stessa. Ma la vera rivoluzione è che tu puoi sceglierne una, tutta per te. - meglio un piccolo passo oggi per una grande vittoria domani - tanto va l'esperto al largo, che ci lascia il carro armatino - inutile combattere per la Cina, quando ti fottono con l'America - tu ti fissi col Brasile, ma t'arriva dalla Nuova Zelanda - il cuba in Madagascar ha tutto un altro sapore - il Risiko è come l'amore. Appena finisci di fare la guerra ha vinto l'altro. - Meglio avere culo ai dadi che nella vita - la vita è come una scatola di carriarmatini, non sai mai da chi ti fai inculare.
Vorrei tanto dire che sono esasperato dagli andamenti incerti degli indici azionari, e nel contempo dalla fluttuazione euro-dollaro. Vorrei, anche solo per dire "esasperato" e "fluttuazione". In verità vivo intensamente. Punto. Faccio scatole colorate, in cui infilo attestati, post it, biglietti da visita, raccoglitori, studi di mercato, ricerche e ovviamente un po' di cancelleria. Che senza la pinzatrice e il tagliacarte ho paura di non riuscire ad affrontare il domani. La scrivania si svuota, rivelando spazi incontaminati che mi ricordano quando sono arrivato qui. Ho anche il visto per l'Arabia Saudita che non è ancora scaduto, me lo metto in borsa, non si sa mai. E quel cartello "Everyone brings joy to this office, some when they enter and others when they leave", che fa tanto hardcore e che finirà sepolto in box o in qualche armadio, ma che è ancora sporco di Bud Light perchè fu, prima di essere cartello, comodo tavolo per un lauto pasto fuori dall'aereoporto di Orlando, quando si decise di mangiare per terra, piedi nudi e cravatta slacciata, aspettando quel maledetto Virgin Atlantic. Smantello lentamente il muro dei trofei, dove si snocciola tutta la mielosa vita attraverso fiere e convegni. Un piccolo cimitero di badge, eclettiche lapidi alla memoria del "c'ero anch'io". Come migrazioni stagionali, ricordano gli infiniti passaggi: settembre Amsterdam, ottobre Berlino, novembre Dusseldorf e Chicago, gennaio Dubai, marzo Orlando, aprile San Francisco, maggio Chicago. Attestati di passaggio. A salvarmi c'è il cortile mezzo deserto, con il sole che punge. Devo ricordarmi di prendere anche le forbici e l'evidenziatore verde, che davvero senza la mia cancelleria ho paura di non farcela.
Un giorno Gesù andava cercando un ulivo sotto cui riposare. Al seguito, fedeli e silenziosi, c'erano tutti e dodici gli apostoli. Siccome fuori da Gerico di ulivi non ce n'erano mica troppi, Gesù borbottava strane cose, mentre Giovanni, il suo prediletto discepolo, cercava di carpirne alcuni spezzoni, solo talvolta distratto da Giuda Iscariota, che cercava continuamente di rubare dalle tasche delle tuniche dei dodici. "Ulivum Segretum!" "Ma mio signore, cosa dici? Preghi forse Dio?" "Ulivum Apparsum" La strada si faceva irta, la terra arida e il sole cocente rendevano l'ambiente estremamente difficile. "Ulivum Oplalalà" "Giuda, per Nerone Infuocato! Smetti di palpeggiare la mia tunica!" "Ulivum Comparsum!" "Eh per Augusto Grassone, non ti scaldare..." "Smettetela, mi distraete" "Ma mio signore, egli ruba dalle mie tasche". "Per forza Giovanni". "Perchè mio signore?" "Poichè sei l'unico con il portafogli. Ti ho detto mille volte di mettere i soldi nelle mutande". "Hai ragione mio signore". "Beh, dove ero arrivato? Ah, Ulivum E voilà!" "Mio signore, è apparso un ulivo!" "Eh, che cazz... Pietro, scrivi, veloce, Ulivum e voilà!" "Mio signore, Pietro si è fermato a Sesto San Gerico, appena fuori dalla città, prima di Cinisello Balsamum". "Perchè mai non dovrebbe seguire il suo maestro?" "E' rimasto a fare provviste per la cena di Pasqua". "ah, speriamo che si ricordi della maionese". Giuda allora si allontanò dal gruppo, con il portafogli di Giovanni tra le mani. Con la carta Centurio Gold di Giovanni fece numerosi acquisti illegali, cadendo nel baratro del peccato. Al suo ritorno, alcuni giorni dopo, trovò Gesù sulla porta del piccolo casolare dove si erano fermati, proprio davanti a Tiberiade. "Sei arrabbiato con me?" Ma Gesù, agitando un ramoscello, parlava verso la terra: "Pozzum cum Carrucolae!" "Sei forse arrabbiato con me?" "E perchè mai?" "Per il portafogli di Giovanni..." "Oh, Giuda, se mi dovessi incazzare per ogni cazzata che fai. Non sai nemmeno che per trenta denari saresti disposto a tradire". "Eh, per trenta denari mi stacco anche un dito..." "Ora lasciami solo, perchè il tuo peccato incombe sulle mie spalle. Pozzum Adessum!". "Si, mio signore. Ma in verità vorrei dirti che...:" All'improvviso apparve un pozzo proprio sotto i sandali di Giuda, il quale cadde tra urla e lamenti nell'oscurità della terra. "Oh porca Cesarea!" "Signore che accade?" disse Matteo uscendo dal casolare. "Oh, niente, niente" "Ma ho sentito urla di dolore". "ti ho già detto di andare a farti vedere. Ma da uno bravo...mica che da una piccola otite ti viene qualcosa di serio..." Allora Matteo rientrò e Gesù si rivolse al padre: "E mo?" "Eh, la cosa è Gravina..." "Che pessima battuta, padre. Ora ti prego, aiutami. Perchè Silente non mi ha insegnato bene tutto". "Sia, ma sia l'ultima volta". "Grazie padre". E Giuda ricomparve, frastornato ma deciso a guadagnarsi quei trenta denari. "Signore, mi hai punito per qualcosa?" "No, Giuda. Era solo per dirti che i pezzi del pozzo pazzo impazzano piazzando pozzi se puzzi" "Ma signore, nulla ho compreso della tua parabola!" "Poichè non hai rinnovato l'abbonamento alla parabola, e le mie parole sono criptate. Per la tua avariza, morirai tradendomi!". E di colpo scese la notte su Tiberiade. Una notte in cui tutti rifletterono sulla parabola.
Percorro quei dieci metri di corridoio in cui i Kandinsky illuminati dai neon ricordano terribilmente uno studio di gastroenterologia. Niente a che vedere con il povero Vettriano stampato su carta riciclata che penzola sopra la mia scrivania. Pavimento lustrato a specchio, linoleum asettico che mi fa canticchiare "Linoleum" dei NOFX. Dalle grandi finestre arriva la luce filtrata a spaghetti dalla tenda rossa e bianca. Mi metto a posto il nodo della cravatta, controllo i polsini e do un colpo di fazzoletto alle scarpe, poi busso, quasi avessi la mano morta, scivolando sulla plastica della porta, forse sperando di non essere sentito. Due minuti dopo sono sprofondato nella poltroncina davanti alla grande scrivania, mentre gioco con un sottobicchiere in radica con data e dedica che avrebbe il suo naturale posto nello scaffale degli oggetti più orrendi della storia. Dare le dimissioni è una questione di pancia, d'olfatto, di cuore e di polmoni. Respiro piano, tenendo un ritmo quattro quarti che sembra il migliore per tenere a bada la tachicardia che sta per esplodere. Guardo negli occhi, diretto, perchè così mi è stato insegnato da mio padre. Però certe volte tenere lo sguardo è un lavoro in salita. Le parole scorrono, condendo ragionamenti e questioni, rilevando episodi, spulciando il passato e pronosticando il futuro. Sento caldo, forse sudo, mantengo esternamente il controllo minimo, evitando di manifestare sensazioni. D'altronde è quello che faccio più spesso. Esco dopo due ore, uffici deserti alle sette di venerdì, solo qualche cervellone al pascolo e qualcuno che non se la sente di tornare in trincea a casa. Cammino più leggero, povero Wassily, a me ha sempre fatto cagare, ma l'abuso che ne fanno negli uffici e negli studi medici lo lega sicuramente all'universo dell'umana sofferenza. Arrivo alla scrivania e sfiorando piano i tasti del piccolo Dell, quasi a non volerlo rovinare proprio adesso, metto la password come se fosse l'esposizione di una reliquia. Cerco le foto, che ogni tanto ripasso, di questi due anni. Ritrovo la camera di Dubai, grande come casa mia, rivedo la Hunday porpora con la quale ho fatto il giro della Florida senza mai vedere il mare. Sento gli odori di Johannesburg, il caldo di Orlando, il freddo di Chicago, la noia di Filadelfia, il cielo di New York. Di colpo la pioggia di Berlino, l'albergo di Colonia, Schipol e i chioschi per fumare, Zurigo e la sua dogana. Sento ancora il culo che si stringe sopra il piccolo Canadair che punta il piccolo paese di Erie tra campi e nuvole. Mangio di nuovo i giganteschi gamberi, le mashed potatoes a quintali, sento l'Enterogermina che mi chiama come sempre. Ho il culo che fa male come su tutti i sedili rovinati delle Economy su cui ho dormito. Sprofondo in un flusso di coscienza, rimanedo a guardare il grosso brad della Ridente Multinazionale che domina lo schermo. Ho fatto, al conto esatto, trecentosessantamila miglia in diciotto mesi, a quanto dicono le due carte Frequent. Ho guidato in almeno una ventina di stati nel mondo, rimediando una cinquina di multe. Fermo il nastro, rollo una sigaretta, chiudo tutto. Appoggio ordinatamente le Chiavi Del Potere, l'accesso libero alle macchinette con la bevanda al gusto di the al limone, metto le penne nella latta del caffè Illy, e prendo la strada del parcheggio aziendale. Tutto ha un inizio e una fine. E' che spesso non sei tu a decidere i quando. Arrivano, come arrivano le bollette, come arrivano i numeri al lotto. E docilmente metti in fila le sensazioni e infili tutto in quella valigia strapiena che chiamano coscienza.
Ok. Mi piacerebbe davvero tanto essere in quella ristretta cerchia di esseri umani che possono affermare, sorseggiando un calice di rosso, che loro la tivù non è che non la guardano, nemmeno ce l'hanno. Si, mi piacerebbe, perchè fin dai tempi di Martin Mystere, o delle medie se siete più comodi, sono succube dei miti urbani tristi, come quello che non guarda la tivù, quello che uno dei suoi cugini una volta in pronto soccorso ha visto uno con una bottiglia di Coca dentro il retto (si noti la finezza, cazzo), quello che è stato con tre ragazze insieme, ma niente di speciale, quello che si è tolto i denti senza anestesia, insomma succube di tutti quei miti alimentati dalla noia di vivere e dal terrore della normalità. Sono molti, a quanto mi risulta, i personaggi famosi che dichiarano apertamente di non possedere l'apparecchio. Io no. Non sono famoso e possiedo l'apparecchio, un grandioso Mivar non so quanti pollici d'età indefinibile che in periodi normali viene usato più come soprammobile, ma in periodi foschi e tenebrosi rivela tutte le sue potenzialità. Adoro cibarmi di notizie, guardando cinque o sei tiggì al giorno, e di gossip, guardando Studio Aperto, il Tigi 1 e altre trasmissioni di intrattenimento. Adoro i reality come il TG4, dove da anni seguo la storia di Silvio B. e della sua scalata al successo intergalattico. Negli ultimi tre giorni ho passato quaranta ore davanti al tubo, indefesso e avvolto nel plaid Styuppenzekyhe sintetico, con delle pause fisiologiche e alcune ore di sonno delirante in cui rivivevo i momenti salienti della giornata. Stare male nel week end è già una sfiga, stare male nel week end e non interessarsi di calcio è una punizione divina. Punzione tirata da fuori area, si direbbe, ma con un piede davvero potente. Sicchè ho ripiegato sulle trasmissioni culto della mia vita, tra cui Festa in Piazza e tutte le televendite che il digitale terrestre riesce a portare davanti al mio divano. Adoro quel piccolo aggeggio che pulisce le vetrine a mosaico dei bagni, se solo avessi un mosaico. Sbavo per la spazzola pulitrice delle finestre, ma a Milano pulire i vetri è azione assai dantesca. Volevo comprare un rolex, un lettore cd, due raccolte di film di Sordi e una fornitura di vini di sole novantotto bottiglie (azienda agricola boschi, in corte roschi, con wiski maschio o qualcosa del genere). Ho seguito con trepidante emozione la stessa partita NBA per quattro volte, Sacramento è ancora Sacramento!, ho visto quattro minuti di Amici, tre minuti di quella roba con Morgan che fa Morgan e la Ventura che fa la Ventura e un sacco di ggggiovani terribilmente agghindati che fanno i gggiovani. Poi ho visto, potere del Premium, tutte le serie tv mai andate in onda, che ci sarà un motivo ma lo capisci solo dopo aver pagato tre mesi d'abbonamento. Ho scaricato il telecomando zappando (zappingando?) molesto nelle ore buche del palinsesto domenicale (dalle otto di mattina a mezzanotte), cercando di evitare Paola Perego e le sue grandi discussioni sui grandi argomenti. Ho guardato La7, che fa molto figo, ho guardato Mtv, che fa molto giovane. Per dovere statistico devo dire di non essere molto peggiorato rispetto alla partenza di questa maratona. Questo potrebbe essere già un brutto segno.
Ebbene, è inutile parlare in questo luogo della sovrastimata figura del Copy, anche perchè girovagando sullo splendido contenitore di umanità che è Splinder potresti reperire almeno mille blogs di disperati Copy che si lamentano, descrivendo a fondo la loro professione, o quello che vorrebbero fare. Per essere un Copy di successo, nella Milano che conta, devi possedere una laurea in un università-sigla (IULM, IED, GNAM, SLURP), uno stage in una agenzia famosa, della quale ami ricordare i terrificanti trattamenti e l'ignoranza diffusa, un taglio di capelli sempre all'avanguardia e un iPod da tenere sempre nelle orecchie (contentente gruppi di tua conoscenza, roba indie, folk, roots, cool). Il nostro Copy è pagato a cottimo, come impone il regime di feudalesimo intellettuale. Lui scrive un claim, lui prende i soldi. Lui scrive un header, lui prende i soldi. Anche se, come sovente accade, lui scopiazza un claim, lui imita un header. Possiede, ovviamente, un iMac, del quale elenca le grandi potenzialità neanche fosse un adepto con in mano il libro di Ron Hubbard. Guarda dall'alto in basso la manovalanza del marketing, me compreso, e adora ricordare i suoi anni bui a Londra, quando per sbarcare il lunario faceva il pizzaiolo, come altri seicento milioni di italiani. Smanetta su internet per gran parte della giornata, per poi affondare nei meandri della scrivania verso sera, quando ormai le batterie dell'iPod stanno dando segni di cedimento. Ultimamente sforna almeno due comunicati stampa al giorno, nei quali sostiene di aver infilato trucchi, tranelli, tricks, feeder, jointer, e un sacco di minchiate che ha sentito quando lavorava nella prestigiosa agenzia in centro, alla quale si recava con una splendente vespa 50special che possiede dai tempi del liceo. Soffre di grandi sbalzi d'umore quando, come per la recente operazione scontata di guerrilla marketing che ha invaso le metrò di Milano e Roma, trova in internet queste "boccate d'aria nell'asfissiante panorama italiano". Dice di voler andare in Brasile, dove la creatività è davvero pagata, ma poi ce lo ritroviamo sempre tra le palle ogni lunedì, giorno nel quale ama gironzolare con La Repubblica sotto braccio per gli uffici, con marcate occhiaie a debito del lungo week end passato tra mostre, vernici, cocktail, Arci, concerti, e MDMA. A parte qualche errore grammaticale in inglese, che giustifica come distrazione momentanea, i suoi comunicati non fanno una piega. Forse qualcuno li legge anche. Usa saltellare verso la mia scrivania con i suoi preziosi lavori verso le novezerodue oppure le diciottoquarantaquattro, quando non sarei in grado di opporre resistenza a nulla. Mi spiega, studiando la mia reazione facciale, perchè la terza parola della quarta riga, secondo il sacro vangelo di J.C. Levinson, inizia con una consonante, per ribadire l'aria estremamente positiva sottolineata anche dall'uso del Gill Sans e di una spaziatura abbondante. Ha scelto di mettere una domanda, proprio alla fine del primo paragrafo, che deve suscitare (quando dice deve, scorre con l'indice sinistro una mensola virtuale a mezz'aria, come a spolverare i suoi concetti), deve suscitare un rapport positivo. Non a caso ci ha lavorato venti ore negli ultimi due giorni, saltando anche la presentazione della rassegna delle opere di un qualsiasi omosessuale russo contemporaneo in una galleria proprio dietro a Brera, che ancora sente di aver fatto una cazzata, ma questo è troppo importante. Davvero, questa volta si è superato, soprattutto alla luce dei due spiccioli che prende e delle continue vessazioni culturali di cui è oggetto (capisce benissimo che il mio cervello necessita di sei minuti per digerire "vessazioni culturali", infatti i sei minuti che seguono li investe in concetti banali e cazzate). Inoltre, manco a dirlo, ha fatto un gran lavoro dal punto di vista concept anche per future rivisitazioni. Poi si spegne, finisce il gettone, come per i Phon in piscina, proprio sul più bello. Si abbandona nelle sue espressioni sciatto-intellettuali, guardando con disprezzo la mia cravatta, stemma degli schiavi aziendalisti, alla quale oggi contrappone una maglietta verde pisello con scritto Diesel & Co di traverso. Si spegne, non dice più nulla, attende che io provi a contestare una qualsiasi parola, un qualsivoglia passaggio, il titolo che lo ha tenuto in piedi tutta la notte. In diciotto mesi non ho mai detto nulla, forse mi crede muto. L'unica cosa che davvero non tollero è quell'abuso di post scriptum stile pen friend. Ma sto pagando ancora il dazio di averlo fatto notare. Mi limito a godere del variopinto spettacolo che inizia pochi minuti dopo l'arrivo dei comunicati sulle scrivanie del Pollaio. Areoplanini, posaceneri, segnalibro, pallottole, filtrini, fogli per appunti, ma soprattutto, piegati in quattro, degli ottimi spessori per questi maledetti tavoli che ballano. Tavoli che appoggiano, beati loro, sull'arte di saper comunicare. P.S: per capire l'uso didattico del post scriptum dovete, come me, uscire dal tunnel dell'ignoranza e acquistare J.C. Levinson "Guerrilla Marketing" Ed. Castelvecchi, che alla pagina 96 considera il post scriptum un "arma". Di macellazione ai testicoli, aggiungo io, che non sono altro che un povero pirla. P.S.2: forse ha ragione. Dopo un po' ci prendi pure gusto. P.S.3: ma non credo che un p.s. possa davvero cambiare l'esito. P.S.4: aiuto non riesco a smettere.
Ci sono le magnolie che hanno sbagliato i conti, o hanno dato troppa fiducia al sole. Ci sono i centauri stagionali, con le impolverate moto pronte per fare statali su statali, che a fine giornata di Rossi rimangono solo gli occhi, ci sono gli inglesi e i tedeschi, che bevono felici in maglietta, con le donne che insaccano i grassi piedi in infradito che strisciano sul pavee. Ci sono le biciclette, le palestre piene, le piscine stracolme, i parchi invasi da tappeti e stuoie. Ci sono gli innamorati, quelli non mancano mai, che limonano con più calma davanti alle fermate del tram. C'è anche qualche sorriso in più, timidamente esposto come una reliquia del buon umore. Non manca niente per i tentativi di primavera di Milano, anche i lastroni per i cartelli elettorali, che in una democrazia sudamericana come la nostra sono più puntuali della primavera. Mi ritrovo con un bicchiere di Sangre De Toro infilato nel centro di Milano a discutere su un futuro che sembra migliore se scaldato dal sole. Mi ritrovo sdraiato su una sedia di un bar immerso tra la bassa padana, mentre rimiro la perfezione tedesca del bicilindrico. Mi sveglio infilato in uno dei primi timidi tentativi di botellon de noi artri con quindicenni emo e dark che si passano allegramente bottiglie e infezioni davanti alle Colonne. Mi perdo nel caos de Le Trottoir, che piace solo a me e al suo proprietario, che di fatti andiamo parecchio d'accordo, come solo due ubriaconi possono fare. Mi siedo sul culo della domenica, a guardare le stelle che finalmente compaiono dopo tre mesi di latitanza nel cielo sopra la ferrovia est. Mi perdo nella pagina bianca in cui vorrei scrivere di tutto questo, che poi è troppo fisico per trovare un posto preciso nelle parole. Sono un grande tifoso di questa mezza stagione, delle sue pioggie improvvise e del sole disperato sui giardini Montanelli la domenica pomeriggio, e sono un grande fan delle cose che si fanno solitamente in questa stagione: ci si lascia, senza pietà, creando mostri di kleenex e disperazione che in un paio di mesi verrà affogata su un qualunque addominale di Mikonos o Formentera, ci si innamora con la stessa velocità con la quale, a un paio di sere di distanza, si scopre di essere innamorati di un'altra. Ci si rinforza, affollando palestre e piscine, togliendo il pane e l'alcool, e vivendo solo peggio fino ad agosto. Ci si raffredda, che è il male più bello che ci sia perchè è un gesto di fiducia nel mondo, non corrisposta, ma sempre data. Ci si ritrova a grattarsi la pancia alle tre di mattina, sfiorando il pensiero di rimanere seduti ancora un paio d'ore, che poi al lavoro c'è sempre tempo d'arrivare tardi. Ci si ritrova a voler viaggiare, come orsi usciti dal letargo, ovunque, low cost, sempre. Che poi ci si passa, e diventa un modo per ricordare la differenza tra la primavera e l'autunno, che la primavera non è la porta di ingresso nel freddo ma l'uscita di sicurezza verso il caldo. Consuma tutti i fazzolettini di carta che puoi, per piangere perchè sei ancora single, per piangere perchè sei diventato single, per piangere perchè vorresti diventare single, per un raffreddore, per un'allergia, per i trenta, per i quaranta, come per i quindici o per i sessanta, per la pancia che non scende, per il culo che non sale, per le tette che non stanno, per le gambe che non vanno, per il naso che ingombra, per la stanchezza che incombe, per tutto quello che vuoi. Che piangere fa sempre un gran bene. Come la primavera.